«Se le regole le fanno le banche presto avremo un’altra crisi»

Di consegnare ai banchieri le chiavi della riforma del sistema finanziario, proprio non ne vuol sapere. Mentre a Davos i manager del credito bollano il piano Obama di populismo, Giulio Tremonti rivendica il diritto-dovere della politica di stabilire le regole per evitare una seconda ondata recessiva. Quelle stesse regole che, secondo Mario Draghi, devono imporre in futuro alle banche «meno debiti e più capitali».
Insomma, un dibattito acceso che riflette l’importanza della posta in gioco e finisce per scatenare opinioni opposte. Anche se l’impressione è che la proposta Obama, tesa a ridimensionare il peso degli istituti per ridurne le potenzialità di rischio sistemico in caso di crisi (l’ormai famoso too big to fail), abbia segnato un punto di non ritorno. Ridisegnare un mondo intero non è però facile. Da dove partire? Tremonti è sicuro da dove non bisogna partire: «Se uno pensa che la soluzione la trovino i banchieri che si autoregolano - ha detto ieri il ministro dell’Economia durante un dibattito a Firenze - con una soft-regulation, allora si prepara una nuova crisi». Guai a lasciare quindi alle banche libertà di temporeggiare, in attesa che «l’ordine del mercato riprenda come prima». «Ho sempre pensato che le regole le dovesse fare la politica», ha aggiunto. Intanto, la stesura dei global legal standard va avanti. «Continuiamo a lavorare con l’Ocse: cerchiamo di scrivere una tabula che sia un super trattato. Certo ci vuole un consenso molto ampio».
Draghi considera invece l’accordo di Basilea 2 un buon punto di partenza per «rendere il sistema più resistente del passato a qualsiasi rischio di crisi», ha spiegato all’Europarlamento come presidente del Financial Stability Board. Le banche hanno un periodo sufficiente - ancora due anni - per non farsi trovare impreparate. Un rinnovamento graduale, necessario per «non mettere a rischio la ripresa dell’economia. Per questo sono previsti test, analisi di impatto delle nuove regole; le banche avranno tempo per adeguarsi». Il traguardo deve comunque essere tagliato con una massa patrimoniale più robusta e senza un carico eccessivo di debiti. E anche «incentivi meno perversi». Sulla questione dei poteri delle autorità di supervisione finanziaria europei, Draghi ha difeso la linea pragmatica: «Idealmente sarebbe meglio avere raccomandazioni e poteri vincolanti, penso però che la proposta europea sia realistica: si tratterà di vedere come funziona e vedere se saranno necessari dei cambiamenti, su questo dobbiamo essere aperti».
Ma cosa accadrebbe se le banche europee uscissero dal perimetro del modello normativo di Basilea 2 per adottare le regole di Obama? «Verrebbero penalizzate, favorendo gli istituti Usa», spiega l’ad di Crédit Agricole, Georges Pauget, tra i presenti all’Economic Forum di Davos. Dove il nuovo assetto del sistema finanziario disegnato dal presidente Usa non ha raccolto molti consensi. Con l’eccezione del presidente francese, Nicholas Sarkozy, secondo il quale però il discorso sulle banche «non può essere affrontato solo da un Paese». Critico invece il finanziere, George Soros («è prematuro e non risolve i problemi»), così come la maggior parte dei banchieri presenti al Forum. «Non vedo alcuna prova - ha detto il presidente di Barclays, Robert Diamond - che dimostri che una riduzione delle dimensioni delle banche sia una giusta soluzione per evitare un’altra crisi». È «un dibattito populista. Suona bene, ma è veramente utile?», si è chiesto Dennis Nally, ceo di PricewaterhouseCoopers. Arif Naqvi, presidente del fondo Abraaj Capital degli Emirati Arabi Uniti, non ha dubbi: «È solo demagogia».
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