Il segretario del Partito democratico tra i «Superstiti»

M ai portare la cravatta allentata. Rimane scoperta l’attaccatura del colletto, non sempre pulita, e l’orrendo bottone che spesso pare pronto a staccarsi. Portare la cravatta così è indice di trascuratezza e di sfiducia nell’importanza del proprio aspetto. Lo sosteneva mia madre Giovanna che odiava i dettagli stonati. Lei era una signora precisa, sempre in ordine, elegante. Anche perché di mestiere faceva la modista. Ho rammentato il suo consiglio una sera che mi capitò di vedere con la cravatta molliccia Pier Luigi Bersani, il segretario del Partito democratico. Era in televisione, sempre in primo piano, e io lo guardavo da casa. Mentre veniva interrogato, con furba cautela, da Lilli Gruber, la rossa di Otto e mezzo su La7. Lui rispondeva con il solito stile un po’ dimesso, in quel momento ancora lontano dal diventare dentuto e urlante, capace di un solo grido: «Berlusconi, dimettiti!». Ma purtroppo aveva l’aria smonata di chi si trova alle prese con un compito impossibile. E non può buttare il tempo per occuparsi di sistemare la cravatta. Era il maggio 2010. Bersani mi sembrò un vigile del fuoco che, di fronte a un incendio, si accorga di non avere l’acqua per spegnerlo. L’incendio Pier Luigi ce l’aveva in casa, nel suo Pd. E neppure lui sapeva come quella faccenda disgraziata sarebbe andata a finire. Sui giornali leggevo cronache rovinose. Mi rammentavano la Balena bianca degli ultimi anni prima di Tangentopoli. (...)
Che cosa poteva fare il povero Bersani? Prima di tutto doveva smettere l’aria dimessa, con quel sigaro a penzoloni. E mostrare le palle quando era il momento di far vedere che c’erano. Volete un esempio? La sera della cravatta molle, madama Gruber gli chiese che cosa replicava all’editore di Repubblica, l’ingegner De Benedetti, che in un’intervista aveva detto di lui: «Bersani è stato un eccellente ministro. Ma come leader del Partito democratico è totalmente inadeguato». Pier Luigi rispose da signore. E cominciò a bofonchiare anche più del solito. Borbottò: quello dell’Ingegnere è un giudizio legittimo, sul quale non concordo, forse dettato dal fatto che non è stato lui a scegliermi come segretario del Pd, e bla bla bla... Avrei voluto gridare a Bersani: un leader politico non replica così, deve tirare un cazzotto, metaforico s’intende, all’Ingegnere! E anche al suo giornale-partito che insieme a lui pretendeva di governare la sinistra, senza pagare il dazio di farsi eleggere. I cervelloni di Repubblica si scatenavano ogni giorno contro i poteri forti, fingendo di non essere anche loro un potere, per di più anomalo e fanatizzato. Bersani aveva l’occasione per dirlo, facendo schizzare in alto l’indice d’ascolto della Gruber. Invece niente. Si limitò a scuotere la testa, rassegnato. (...)
A cambiare tutte le carte in tavola, e a scompaginare qualunque gioco, nel novembre 2011 arrivarono le dimissioni di Berlusconi. E insieme la nascita di un governo di impegno nazionale guidato da Mario Monti e formato tutto da tecnici estranei ai partiti. Anche la vita di Bersani si complicò. Niente elezioni anticipate. Niente alleanze da costruire subito. E un’immagine indebolita. Riapparve come un fantasma sempre in agguato il giudizio drastico di De Benedetti. Intervistato da Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, l’Ingegnere fu di nuovo pesante nei confronti del leader democratico. Disse: «Bersani è un politico eccellente, fermo e intransigente, ma anche duttile come la circostanza richiedeva. Ma dal punto di vista della comunicazione è più efficace nella versione di Crozza che in quella originale».
Per chi fosse sempre ancorato a scale di valori lontane da quelle odierne, ricorderò che il Crozza citato dall’Ingegnere era Maurizio Crozza, il comico e imitatore che apre le puntate di Ballarò.

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