Sempre le stesse facce. E se lo dicono gli editori...

da Mantova
Un dirigente del Gruppo editoriale Mauri Spagnol (di cui, per ovvi motivi, non possiamo rivelare l’identità), ce lo ha detto chiaro: «Non possiamo portare gli autori veramente interessanti per noi. A questo come ad altri festival. Gli inviti sono decisi dagli organizzatori, e a noi tocca adeguarci. A volte avremmo voglia di protestare, ci sentiamo imbavagliati».
Il Festivaletteratura di Mantova ha due anime. Una, politicamente corretta, puntellata dallo spirito dei «sinceri democratici» che reggono i fili di una manifestazione interessante e, non dimentichiamolo, finanziata anche con il denaro dei contribuenti: Comune, Provincia, Regione. Poi c’è l’anima, più ondivaga, del pubblico, quella «ggente» che in parte si lascia manipolare, in parte no. La prima anima vive di parole d’ordine e dispone di una cartucciera di luoghi comuni. Schiera, per dire, il cileno Luis Sepúlveda, un arruffapopoli che da tempo ha trovato in Italia un clima a lui congeniale, senza mai perdere occasione per impartire al nostro Paese lezioni di democrazia di stampo bolivarista. Della stessa grana vagamente demagogica sono state le conferenze di Nadine Gordimer, premio Nobel della letteratura, che vive in Sud Africa da signora bianca privilegiata, e per la quale Obama «non è abbastanza nero». Poi ci sono gli autori da elogiare a ogni costo, come Margaret Mazzantini, per cui ogni critica, anche blanda, è un’offesa personale. Perciò la sua conferenza stampa va semideserta.
Alcuni passaggi obbligati del festival cominciano a diventare indigesti. Perché tutto questo spazio d’esposizione al canuto battutaro Bruno Gambarotta? Perché ovunque imperversa, ogni anno, Lella Costa? Qualcuno non ci sta più, non si adegua e protesta. Un editore di provata competenza come Sergio Fanucci, ritenendosi escluso, ha organizzato una «contromanifestazione» per far parlare un’autrice israeliana importante come Rina Frank, insieme a Pino Roveredo. La libreria Mondadori, dove l’incontro si è svolto ieri pomeriggio, era piena. E qui si comincia a vedere la seconda anima del festival, che è forse anche la più spontanea. Di certo la più divertente. All’autrice inglese Sophie Kinsella, considerata una scrittrice disimpegnata e frettolosamente confinata dalla critica nella «letteratura per giovani pollastre» (ma i suoi libri, come I love shopping, sono successi planetari) chiediamo: «Pensa che la democrazia in Italia sia in pericolo?». Si stupisce per una frazione di secondo, poi, con un largo sorriso, risponde: «Se lo sostengono i miei colleghi sarà così. Mi allineo. Anzi, sa che le dico? A Londra non c’è angolo di strada dove non si discuta del rischio per la democrazia in Italia». Stamattina, statene certi, il Cortile della Cavallerizza sarà stracolmo dei suoi lettori (soprattutto lettrici). L’ironia qualche volta vince sull’ideologia.