La sentenza che voleva mettere al rogo la libertà di pensiero

L’ Indice dei Libri Proibiti compie quattrocentocinquanta anni: la sua prima edizione venne infatti emanata nel 1559, in risposta alla diffusione delle cosiddette «eresie protestanti». Ovviamente l'elenco delle letture vietate è stato aggiornato nel corso del tempo, sino a non molti anni fa. Tra le revisioni effettuate con scrupolosa periodicità spicca un editto datato 1603 in cui, nel novero degli autori di cui viene sconfessata l'opera omnia (quindi non solo dei singoli scritti), figurano Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Quel prezioso documento, custodito dalla Biblioteca Casanatense, è ora esposto presso la Biblioteca di Via Senato, nell'ambito della mostra «Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia». L'editto del 1603 è affiancato dalla Sentenza di condanna di Giordano Bruno emessa dall'Inquisizione l'8 febbraio del 1600, un poderoso volume che non ha mai varcato i confini vaticani, ed è circondato da tutte le prime edizioni dei testi di Campanella e da molte di quelle degli scritti di Bruno, di proprietà della Biblioteca.
La mostra prende spunto dall'inappellabile condanna dei due filosofi, i cui nomi compaiono per la prima volta insieme proprio nel documento del 1603, per compiere un dettagliato itinerario nella loro produzione libraria e nei meandri del loro pensiero. Entrambi sono monaci domenicani parecchio anomali, sono attratti dal pensiero neoplatonico dalle arti magiche e sono convinti che la natura sia una dimensione implicitamente divina. Bruno, di vent'anni più vecchio di Campanella, tenta di sottrarsi al clima di sospetto che caratterizza gli anni della Controriforma in Italia viaggiando compulsivamente per l'Europa, alla ricerca di università in cui gli sia concesso di insegnare i principi della sua filosofia. In meno di due decenni si reca a Padova, Ginevra, Parigi, Londra, Wittenberg, Praga, raggiungendo uno scomodo primato: quello delle scomuniche, comminate non solo dalla Chiesa Cattolica, ma anche dai Calvinisti e dai Luterani. Il pensiero di Bruno, imperniato sull'idea di un universo infinito, privo di un centro e di una struttura gerarchica, è considerato pericoloso dalle autorità dell'epoca e va stretto a qualsiasi confessione religiosa. Al suo ritorno in Italia, nel 1591, si reca a Venezia dove, nonostante lo spirito di tolleranza che caratterizza la repubblica lagunare, viene raggiunto dall'Inquisizione e condotto a Roma. Il processo dura sette anni e si conclude con la storica condanna al rogo, eseguita il 17 febbraio del 1600 in Campo dei Fiori, la piazza in cui poi verrà eretta una celebre statua che lo raffigura.
A Campanella le cose vanno un po' meglio, ma non troppo. Nel 1598 ordisce un'ingenua congiura per instaurare nella sua terra natale, la Calabria, una sorta di repubblica allo stesso tempo teocratica e comunista. Questo azzardo, insieme ai presupposti eterodossi della sua filosofia, gli costa 27 anni di carcere, durante i quali scrive i suoi capolavori, tra cui la "Città del Sole", il testo nel quale teorizza una società ideale, a metà strada tra la Repubblica platonica e l'Utopia di Tommaso Moro, in cui si professa una religione naturale, un culto che ha nel Sole la divinità di riferimento e che è basato su poche credenze universali. Il Metafisico, il sovrano-sacerdote che governa la "città", persegue il bene collettivo traducendo in termini politici le virtù della Sapienza e dell'Amore. La "Città del Sole" avrà una vastissima risonanza nella tradizione filosofica occidentale e risulterà determinante per il pensiero utopico degli ultimi due secoli.
La mostra presso la Biblioteca di via Senato, aperta a ingresso libero sino al 2 ottobre, non ha la pretesa di essere una rassegna esaustiva dell'intera produzione libraria di Bruno e Campanella: si prefigge invece di far percepire l'aura di unicità e il potere di condizionamento della storia che hanno esercitato questi testi, persino e forse soprattutto quando erano ritenuti proibiti, riuscendo perfettamente nel suo obiettivo.

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