«Seven Swords? Lotta e lealtà come in un western americano»

Il regista cinese Tsui Hark spiega la filosofia «wuxia» che ha ispirato il film d’apertura della Mostra

Maurizio Cabona

da Venezia

«Nella cultura wuxia, l’arma è la spada. Brandendola, il guerriero diventa tutt’uno con lei e assume un’identità a parte; la lama prende vita e spirito».
Parola di Tsui Hark, produttore, sceneggiatore e regista di Seven Swords («Sette spade»), che ieri ha inaugurato - fuori concorso - la Mostra di Venezia da una prospettiva antagonista rispetto a The Terminal di Spielberg, visto in apertura dell’edizione del 2004.
Al posto dell’apologia dello sradicamento spielberghiano, in Seven Swords c’è la difesa dell’identità; al posto del piagnisteo spielberghiano, c’è il combattimento; al posto di un non-luogo (l’aeroporto) per sfondo e di un apolide per protagonista, ci sono i valori di sangue e suolo. Per vederli esaltati al cinema, occorre ormai un film cinese. Anche hongkonghese come questo, da quando Hong Kong è tornato alla madrepatria.
Questo dicono i fatti. Il resto lo dice Tsui Hark. Ha cinquantasei anni, è nato in Cina, ma è cresciuto a Saigon, nel quartiere cinese di Cholon, fra la guerra francese e la guerra americana per dominare l’Indocina. A Tsui Hark - brizzolato, baffi, pizzo sul mento, camicia bianca dalle maniche arrotolate, pantaloni neri, scarpe sempre nere con insolita e vistosa lampo frontale - è rimasto il ricordo delle angherie dell’esercito e della polizia dell’allora Vietnam del sud, che percorre A Better Tomorrow III, da lui prodotto e diretto (il primo Better, prodotto da Hark, ma diretto da John Woo, è in edicola con Ciak).
Signor Hark, lei non ha dimenticato.
«Non ce l’ho coi vietnamiti, ma la guerra favoriva la corruzione. E poi esercito e polizia erano ligi alla Cia».
Anche Seven Swords parla di guerra, corruzione, invasione all’avvento della dinastia Ching nel 1660. Lei s’ispira al romanzo di Liang Yu-Shen...
«...Di cui ho lasciato inalterato solo il titolo. Il romanzo è di circa cinquant’anni fa. Era uscito a puntate su un quotidiano di sinistra di Hong Kong, facendo crescere le vendite».
I personaggi coreani...
«...Li ho inventati io».
E perché girare al confine coreano?
«Perché quella era un’area contesa».
Lo è ancora. Non allude al presente?
«Occorre?».
Il titolo rimanda ad altri film col sette.
«In Cina è un numero fortunato, che poi consente inquadrature col protagonista al centro, tre comprimari a destra e tre a sinistra».
Ognuno spiega il termine wuxia a modo suo. Per lei è...
«Una parola composta da "wu", lotta, e "xia", stato d’animo».
Dunque?
«Un film wuxia per i cinesi è quello che per i francesi è un film di cappa e spada. E per gli americani un western».
Che pubblico ha il wuxia in Cina?
«Una volta operai, contadini e ragazzi. Oggi tutti».
Come si distingue un film wuxia da un film di kung fu?
«Quest’ultimo è un genere nato coi film di Bruce Lee meno di quarant’anni fa. E non prevede spade».
I suoi eroi uccidono chi aiuta l’invasore. Allude all’Irak?
«Chissà... Presupposto del wuxia è la lotta leale. Che sia del buono o del cattivo, la vittoria ha anche un sapore amaro».
Bello l’inizio in bianco e nero macchiato di rosso.
«Che in Cina è il colore della festa».
Non del sangue? A proposito, ne cola poco dai colli mozzi.
«Non volevo essere truculento».
Nella Mostra del 2000 lei aveva Time and Tide, sulla delinquenza a Hong Kong. Non c’è genere da cui lei si astenga.
«Come altri registi, cerco sempre di fare il film che non è ancora stato fatto e che mi piacerebbe vedere».

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