Sgarbi all'attacco: "Acquistate opere a prezzi gonfiati"

Il neoconsulente del Museo di Arte contemporanea di Roma: "Per anni sono state fatte spese insensate". Dal 1999 in poi si sono pagate somme non sempre in linea col valore di mercato. Anomalia: certi autori non hanno visibilità, altri invece sono come il prezzemolo

«Vigilerò non solo su che cosa comprano, ma anche su quanto lo pagano. Parlo per esperienza: la costruzione del Maxxi non era ancora iniziata e già si acquistavano opere da esporre a prezzi del tutto incongrui rispetto a quelli delle gallerie d’arte. Prezzi certamente gonfiati. Vogliamo finire così anche oggi?».

Vittorio Sgarbi è appena stato nominato supervisore per gli acquisti al Maxxi, il Museo di Arte contemporanea di Roma, e già non le manda a dire. «Il ministro Melandri – ci dice Sgarbi – incaricò nel 1999 Paolo Colombo di acquistare opere per il Maxxi. Nel 2001 insediai una commissione per controllare come venivano spesi i milioni che il governo metteva a disposizione ogni anno. Ne facevano parte Marco di Capua, Antonello Trombadori, Maria Marini Clarelli, Peter Glidewell e altri. Saltò fuori un’incongruità enorme tra quanto le opere venivano pagate e la loro quotazione sul mercato. Oggi, come ho detto, vado al Maxxi in funzione di commissario antimafia. Eviterò che accadano ancora di queste cose e, naturalmente, scongiurerò che si sviluppi il solito totalitarismo culturale per cui la sinistra – ricordo che il presidente del Maxxi Pio Baldi era in quota alla sinistra e molto vicino a D’Alema per sua stessa dichiarazione – sceglie sempre gli artisti che reputa più rappresentativi dell’arte contemporanea trascurando, chissà perché, alcuni a favore di altri. Si tratta di un gusto basato sul mercato, un mercato costruito dai critici d’arte, tutti di sinistra, da Celant a Bonito Oliva. Vorrei proprio capire come si può acquistare Gilbert & George e non Lucian Freud. Me lo devono proprio spiegare. Vorrei anche capire come sono state nominate Anna Mattirolo, direttore di Maxxi-Arte, e Margherita Guccione, direttore di Maxxi-Architettura. Secondo me, come per Pio Baldi, si tratta di nomine automatiche, per cosiddetta anzianità».

Forse sono questi interrogativi la ragione di tante polemiche degli ultimi giorni. Sul Riformista dell’altro ieri Francesco Bonami, curatore della Biennale del 2003, ha criticato sia Sgarbi sia l’amministrazione del Museo, tacciandola di aver la coda di paglia, di essere incollata alle poltrone, in pratica, di aver supinamente accettato questa nomina senza dare le dimissioni in massa in segno di protesta. Ieri poi, sul Corriere, Paolo Conti si è chiesto: «Quale sarà il posto di Sgarbi? Come e dove potrà inserirsi?». L’articolo riportava anche i commenti, pacati nei toni ma decisi nei contenuti, di Baldi stesso: «Se Sgarbi vorrà fornire i suoi suggerimenti, essendo un uomo colto e preparato, lo ascolteremo volentieri con tutta l’attenzione. Ma le nostre regole sono contenute nello statuto che prevede molto bene i tempi e i modi di qualsiasi acquisizione. Tutto in assoluta trasparenza». Nei corridoi del Maxxi, intanto, volano silenziosamente coltelli e accuse di «mancata integrità», verso che cosa è difficile dirlo. Cerchiamo di venirne a capo.

Vittorio Sgarbi è oggettivamente – massì, oggettivamente – uno dei migliori storici e critici d’arte in circolazione, e negli anni ha compiuto scelte capaci sia di attirare pubblico e mass media, sia di «fondare» una certa idea dell’arte per nulla sterile, anzi feconda. Qual è il motivo di tanto dimenarsi, allora, intorno al suo arrivo al Museo di Arte contemporanea? «Mi divertirò un mucchio – ci dice Stefano Zecchi, che fa parte del Consiglio di amministrazione del Maxxi –, dal momento che dopo questa nomina ci saranno fuoco e fiamme. Sgarbi sarà un elemento di rottura all’interno di una certa visione artistica». C’è del vero. Il management del Maxxi, il presidente Pio Baldi ma anche Anna Mattirolo di Maxxi-Arte e Margherita Guccione di Maxxi-Architettura, ha una propensione piuttosto palese verso l’extra-pittorico e le installazioni eccentriche, come quella voluta per l’inaugurazione del Museo, una «trasposizione in impulsi luminosi» di un film di Sergio Leone, firmata Tobias Rehberger, davanti alla quale il pubblico è rimasto un po’ perplesso. Questa propensione andrà sicuramente a impattare contro la visione più «tradizionalista», armonica e amante della bellezza, di Vittorio Sgarbi. Si tratta solo, dunque, di una memorabile lotta tra due estetiche?

Se il management del Maxxi non fosse stato, è cosa nota, fortemente voluto da Veltroni e accoliti e se Sgarbi non avesse dato prova di indipendenza politica oltre che artistica, si potrebbe rispondere di sì.

«Non mi scandalizzano queste polemiche – ci dice Beatrice Buscaroli, del Comitato scientifico del Maxxi – poiché questo è un Paese di invidiosi. Mi chiedo: che alternativa hanno a Sgarbi? Guardiamo i libri che ha scritto, le mostre che ha curato, i successi che ha portato a casa, la preparazione. Non credo che questo suo ragguardevolissimo curriculum possa dare adito a polemiche, se non, ovviamente e surrettiziamente, di tipo politico. Sgarbi metterà in mostra opere d’arte che tutti ci metteremmo in casa, avrà successo. L’arte non è solo provocazione o denuncia sociale».

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.