Thrilling e musical? "Sipuòfare!" La citazione da "Frankenstein Junior" è dovuta, e poi davvero il brivido e la forma musicale teatrale non sono così alieni tra loro, basti pensare ai successi internazionali come "Sweeney Todd", sul barbiere serial killer di Fleet Street a Londra, con le musiche di Stephen Sondheim o all'ancora più leggendario "Phantom of the Opera" di Andrew Lloyd Webber sul "fantasma" mascherato che semina terrore all'Opera di Parigi. L'intuizione di avvicinare thrilling e musical è stata colta al volo, in Italia, dalla Compagnia delle Formiche che, con la regia di Andrea Cecchi e musiche e liriche di Andrea Sardi e Alessio Fusi, porta in scena - al Teatro Nazionale da questa sera all'1 febbraio - Sherlock Holmes il Musical. Il primo dei colpi di scena serviti al pubblico è che berretto e pipa del più grande investigatore di tutti i tempi vanno a Neri Marcorè.
Prima volta in un musical: chi o cosa l'ha convinta?
"È stata una combinazione di curiosità e corteggiamento. Gli autori e produttori Andrea Cecchi e Alessio Fusi mi hanno contattato dicendo di avermi messo in cima alla lista per questo ruolo. Ho letto il copione e ho trovato subito una sintonia: mi ha convinto l'idea di uscire dalla mia comfort zone per entrare in una macchina teatrale imponente, dove recitazione, canto e movimento devono incastrarsi perfettamente con un cast di oltre venti persone. È stato un sì istintivo a una sfida".
Un'esperienza che potrebbe ripetersi?
"Mai dire mai. Mi sto divertendo molto e, come dico sempre, la curiosità è il mio motore".
Neri Marcoré potrebbe essere un perfetto Professor Higgins in "My Fair Lady".
"La ringrazio per la suggestione, è un'idea che mi stuzzica molto. In effetti Henry Higgins è un personaggio che sentirei nelle mie corde: ha quel mix di genialità e arroganza, di distacco intellettuale e misoginia un po' infantile che lo avvicina molto al mio Sherlock Holmes".
Di che genere sono le musiche dello spettacolo?
"Sono avvolgenti e narrative. La colonna sonora è orchestrale e ha un respiro cinematografico, è al servizio della storia, come piace a me".
Qual è la forza dello spettacolo?
"È un giallo, spesso nei musical la trama investigativa rischia di diluirsi, qui la tensione narrativa è centrale: c'è un intrigo vero, un mistero da risolvere nella Londra del 1897. Questa fedeltà allo spirito originale è stata persino certificata dall'Associazione Sherlockiana Italiana Uno Studio in Holmes, un bollino di garanzia non da poco".
Oltre al thrilling c'è ironia, caratteristica che è nelle sue corde.
"L'ironia è fondamentale, è la chiave che rende il personaggio tridimensionale. Il mio Sherlock ha un distacco divertito, quasi british, che emerge nel rapporto con Watson.
Lui è la mia vittima preferita: lo punzecchio, correggo le sue deduzioni, ma in fondo non potrei fare a meno di lui. I momenti di commedia servono a stemperare la tensione dell'indagine. Con l'ironia Sherlock diventa un uomo geniale e piacevolmente imperfetto".