«Signori della moda, basta fare gli snob»

Lucia Serlenga

Ad attirarle cattiva fama hanno contribuito tanti fattori tra cui un modo di parlare asciutto e veloce che non ti fa mai capire se sta scherzando oppure no. «Questo cane è grasso, gli farò fare la liposuzione» dice per esempio Franca Sozzani accarezzando Lazlo, adorabile esemplare di West Highland che gironzola sotto la sua scrivania. Poi si dichiara disperata perché la bestiola impegna molto e lei ha un sacco di cose da fare. Il cucciolo le è stato regalato da Alain Elkann con cui sta vivendo un’intensa e chiacchierata love story. Biondissima e potentissima, la direttrice di Vogue Italia non si preoccupa di essere al centro dei più furiosi gossip ma anzi racconta di essere molto felice: «Innamorarsi è sempre fantastico, ancor più bello se ti succede quando non hai più vent’anni». Inutile dire che la signora è il tipico esempio di eterna ragazza: over fifties con energia e grinta da vendere. In più è l’unica italiana inserita tra le 100 donne meglio vestite del mondo secondo la classifica di Vanity Fair America. La sua ultima impresa è la Vogue Fashion’s Night Out, una sorta di notte bianca dello shopping per cui domani sera a Milano oltre 370 negozi resteranno aperti fino alle 23 offrendo servizi a dir poco speciali: dal grande stilista che s’improvvisa commesso alle modelle che elargiscono consigli di «trucco e parrucco». Alcuni vip firmeranno autografi, altri (tra cui lei) si trasformeranno in personal shopper. Oltre al business c’è la nobile causa perché parte del ricavato verrà devoluto al progetto «Adotta un albero». Franca Sozzani, alla vigilia di questo evento-kolossal, ha concesso una lunga intervista esclusiva al Giornale.
Come al solito tocca dire: nel mondo della moda non si muove foglia che Sozzani non voglia…
«Sì, ma questo progetto ha un senso vero: in un momento di crisi dobbiamo far riprendere fiducia al consumatore. Non si tratta solo di vendere o se una collezione è bella o brutta. C’è molta sfiducia, la gente ha paura del futuro e invece io sono convinta che anche in punto di morte una donna abbia voglia di essere in ordine, vestita, truccata e pettinata nel modo migliore. La moda è un sogno che bisogna accendere e alimentare, è il primo antidoto alla crisi».
In genere il mondo della moda non è aperto al pubblico, stavolta invece tutti hanno spalancato le porte, come mai?
«Non sono più i tempi per starsene chiusi in un ambiente di nicchia. Invece alle sfilate andiamo solo noi addetti ai lavori, alle feste idem e così la gente detesta le settimane della moda di Milano mentre durante il Salone del mobile si divertono tutti perché le porte sono aperte. L’evento di domani sera è stato organizzato pensando a questo. Entrando nei negozi nessuno deve sentirsi dire “per te non c’è niente perché sei troppo grassa, magra, alta oppure bassa” come purtroppo succede tutti i giorni in molte boutique. In più la signora che adora vestiti di Armani, di Prada o di qualsiasi altro stilista, potrà incontrare questi talenti creativi, chiedere consigli di stile oppure semplicemente parlare con loro. Non mi sembra poco. Anche per i designer il confronto con la strada è fondamentale altrimenti siamo sempre al “dio” chiuso nella sua torre d’avorio, inaccessibile ai più. Insomma bisogna cambiare atteggiamento, aprirsi al pubblico e rendere tutto più accessibile perché solo così possiamo ridare fiducia ai consumatori, fargli venir voglia di comprare».
Allora è d’accordo con il premier che dice: ricominciamo a consumare?
«Sono d’accordo sulla necessità di continuare a sognare anche in un momento come questo. Se la moda perde il sogno siamo rovinati, è una spirale all’ingiù. La gente ha bisogno di reagire secondo le proprie possibilità e il fatto che gli stilisti si siano impegnati a rivedere i prezzi rendendoli più abbordabili va proprio in questa direzione».
Ma fino a che punto è giusto abbassare i prezzi?
«Tutto deve essere relativo al prodotto offerto senza dimenticare che lo stilista ha una parte creativa e di ricerca che ovviamente costa».
Perché gli stilisti aderiscono in massa alle sue iniziative ma su altre cose tipo il calendario delle sfilate non si mettono mai d’accordo?
«Non è così vero che gli stilisti non vogliono mai unirsi: guardiamo a Convivio, la mostra-mercato di beneficenza per raccogliere fondi a favore dell’Aids: dura da vent’anni e ci sono tutti».
Anche in questo caso c’è di mezzo lei…
«Vabbè, ma quel che volevo dire è che bisogna dare delle ragioni forti per farli unire, un interesse comune molto più importante degli interessi del singolo. In questo caso per esempio con parte dei proventi viene sostenuto il progetto del Comune che mira a intensificare il verde a Milano».
Qual è il suo tornaconto e quello del suo giornale?
«Noi veramente spendiamo: abbiamo dovuto aprire un ufficio all’interno della redazione per smistare le schede di adesione. Quanto a me lavoro se possibile più del solito e so già che nessuno mi ringrazierà, anzi».
Difficile crederle. Anche nei giornali della Conde Nast si registra un calo sensibile della pubblicità: forse è più logico pensare che da un’iniziativa del genere guadagnate in inserzioni…
«No, come tutti gli altri editori risentiamo della crisi e del calo degli introiti, ma ciò nonostante abbiamo creduto giusto investire dicendo agli stilisti, negozi, marchi importanti e meno importanti: siamo con voi in questo momento».
Indubbiamente sarà così. Ma ci chiediamo perché tutto quello che fa lei, funziona?
«Penso che il merito sia il nostro grosso impegno e senza presunzione penso anche che solo Vogue possa fare questo tipo di discorso perché è un giornale trasversale: aspirazionale per la giovane che studia moda, status symbol per quella più grande e punto d’arrivo per la fashion victim e per gli adoratori dell’immagine. Insomma Vogue rappresenta un mondo di evasione, di informazione sulla tendenza, di ricerca».
Quindi l’editore non le chiederà di diminuirsi lo stipendio…
«No, penso proprio di no. Abbiamo un sacco di progetti di espansione e non mi ritiro a vita privata».
Si vocifera che il suo editore avesse fatto circolare ad arte i rumors sulla possibile sostituzione di Anna Wintour, direttore di Vogue America, con Carine Roitfeld, direttore di Vogue Paris, per indurre ad accettare una riduzione del suo stipendio…
«Non c’è niente di vero. Sy Newhouse ha invece deciso che i direttori devono mantenere inalterato il loro stile di vita: gli alberghi in cui scendono, i vestiti che indossano e tutto quello che fanno è legato al compito di rappresentare un giornale di alto profilo. E noi direttori che siamo l’immagine del giornale, dobbiamo mantenere il nostro status».
Allora sarete ancora più cattive con le vostre redattrici?
«Proprio no, devo dire che quando le vedo sempre più magre penso che questo sia dovuto al fatto che corrono tutto il giorno, e io corro quanto loro per chilometri di corridoi».
A Venezia recentemente ha dichiarato che il Festival deve recuperare la sua antica eleganza. Non pensa che l’intera Italia sia diventata inelegante? Secondo lei come si può rimediare?
«Mica facile far tornare elegante un popolo intero. Mao ha messo tutti i cinesi in divisa, ma non mi sembra proprio il caso di fare lo stesso, grazie al cielo nessuno può dirci come dobbiamo vestirci, cosa dobbiamo pensare. Detto questo ci sono occasioni e il festival di Venezia è una di queste, in cui bisogna dare dei codici che la gente deve rispettare e soprattutto evitare d’invitare chi non ha ragione di essere invitato. Insomma quando c’è in ballo l’immagine dell’Italia bisogna selezionare».
Ma lei signora Sozzani, vuole diventare un’istituzione e magari far aprire un ministero della moda italiana?
«Neanche per idea. Mi piace progettare e portare avanti il mio lavoro. Mi occupo di tanti giornali e di tante cose fra le quali, per esempio, l’inaugurazione il 22 settembre a Biella della Cittadella Fashion-Bio ethical Sustainable Trend di Michelangelo Pistoletto. L’artista accoglie lì giovani che in qualsiasi campo, dall’arte alla scienza, possano dare creativamente un contributo al tema dell’ecologia e della sostenibilità. Al progetto partecipa anche Charlotte Casiraghi che sul suo Ever Manifesto pubblica le foto dei modelli sottolineando la necessità che anche nella moda tutto diventi sostenibile».

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