La sinistra e la legge intercettazioni: quando a Prodi il "bavaglio" piaceva

Ora è la "fine" della democrazia ma due anni fa votarono il ddl Mastella, un testo più restrittivo.  La bufala di "Repubblica" e "Stampa"

La sinistra e la legge intercettazioni: 
quando a Prodi il "bavaglio" piaceva

L’effetto è quantomeno, direbbero gli psichiatri, «perturbante». Come altro reagire, se non con un misto di stupore e incredulità, al confronto balistico tra le sparate dei paladini della libertà di stampa adesso, sul ddl intercettazioni, e quelle di due anni fa, sempre su un ddl intercettazioni? Leggere per credere. Coloro che ora promettono il Vietnam alla Camera, o l’occupazione del Palazzo d’Inverno, sono gli stessi che il 17 aprile 2007 approvarono con maggioranza sovietica (447 sì, nessun no), a Montecitorio, il famigerato ddl Mastella.

Un testo lievemente più restrittivo di quello che sta sollevando l’indignazione dell’opposizione, allora al governo: divieto di pubblicazione, anche parziale, di tutti gli atti fino alla conclusione delle indagini; ammende e galera per giornalisti e pubblici ufficiali colpevoli della fuga di notizie; tetto massimo di 90 giorni per le intercettazioni; controlli severi sulle spese sostenute dalle Procure per le intercettazioni; taglio netto ai centri di ascolto (da 163 a 26).
Insomma, il famoso bavaglio, ma quella volta lì il centrosinistra lo indossò con gran piacere, cercando anzi di accelerare il più possibile l’iter della sua legge anche al Senato, come chiedeva a gran voce il vicepremier Rutelli: «Il Parlamento dovrebbe approvare il prima possibile il disegno di legge. La magistratura indaghi pure, faccia le intercettazioni, però finché non c’è una verità non sbattiamo sui giornali delle persone che si trovano prima ricattate e poi svergognate».

Nessuno stupore, in fondo è scritto nel programma di governo del Pd, l’attuale programma, al capitolo 4 sulle proposte democratiche per la «Giustizia»: «Il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni - si legge - serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino. È necessario ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali». Lì ci fu anche un dettaglio, che scatenò la furia garantista piddina: la pubblicazione delle telefonate Fassino-D’Alema-Consorte sulle scalate della Unipol (impubblicabili se il ddl fosse stato legge). Un piccolo dettaglio, ovviamente, che però fece tornare di grandissima attualità e urgenza il tema della privacy dei cittadini (e degli onorevoli...) in fatto di telefonate. Piace dunque rileggere le esternazioni di qualche notabile Pd, in quel tempo poi non tanto remoto.

Tra i più infervorati sostenitori del bavaglio, ma non è una sorpresa, il giornalista-ex premier Massimo D’Alema, che quel giugno era particolarmente in vena di vendetta contro le detestate iene dattilografe: «Lo spettacolo di questi avvocati che vanno e ricopiano sui polsini frasi e poi corrono giù dalle scale per portarle al giornalista che sta sotto il palazzo di Giustizia - spiegò tra lo schifato e il rabbioso - è indecente, una specie di suk arabo, che è un reato. Mi aspetto che qualcuno venga perseguito». Il coro unanime anti-intercettazioni risvegliò anche Prodi, che adesso si dice molto preoccupato. Tre anni fa era preoccupato del contrario: «Pagine intere di giornali dedicate alla diffusione di intercettazioni che nulla dimostrano rischiano di alimentare un clima di scontro verso le istituzioni che è inopportuno e pericoloso».

Nel frattempo il suo ministro dell’Economia Padoa-Schioppa denunciava l’eccessivo costo delle intercettazioni, chiedendo di darci un taglio, mentre Dario Franceschini era ancora più inflessibile: «La pubblicazione delle intercettazioni è inammissibile». Luciano Violante? Pronto a rimbrottare i colleghi magistrati: «Se i processi si fanno a mezzo stampa la credibilità degli uffici giudiziari è a rischio». Persino il sobrissimo Giuliano Amato squittì un attacco contro la barbarie delle intercettazioni sui giornali: «È una follia tutta italiana che qualunque cosa venga detta al telefono, se tocca incidentalmente un processo, esca sui media, quale che sia la sua rilevanza. È chiaro che il sistema non funziona, non è possibile che dalle sedi giudiziarie esca tutta questa roba». D’accordissimo la Finocchiaro, che adesso invoca l’intervento della Corte costituzionale. Nel 2007 invocava invece «una nuova legge per evitare in futuro il prodursi di un mercato nero di materiale riservato e la conseguente immotivata lesione del diritto alla privacy dei cittadini».

Tutti d’accordo per confezionare un bel bavaglio tutto nuovo, e Di Pietro? Ad un certo punto sostenne che la sua esclusione dalla costituente Pd fosse dovuta alla sua posizione troppo giustizialista sulle intercettazioni. In realtà, anche Tonino la raccontava diversamente da oggi, agitando manette e paventando la gattabuia: «L'utilizzazione delle intercettazioni telefoniche - spiegò - va regolamentata, prevedendo sanzioni di vario tipo soprattutto per chi fornisce notizie e per chi le pubblica. Durante l’indagine preliminare del pm tutti gli atti non possono essere pubblicati». Anche per lui, un leggerissimo detour...

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