Sistema Anemone, i segreti di "don Bancomat"

Le carte dei pm ricostruiscono il "sistema Anemone", ideato dall’imprenditore per ottenere gli appalti delle grandi opere Al centro, il sacerdote Evaldo Biasini, 83 anni, che custodiva per lui conti correnti e contanti. Come in una banca occulta

Sistema Anemone, i segreti di "don Bancomat"

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Nel «sistema Anemone», quello messo in piedi dal giovane imprenditore romano per conquistarsi una posizione di privilegio nel circo dei appalti milionari per grandi eventi e grandi opere, la circolazione del denaro era ovviamente un ingranaggio decisivo. Gli accertamenti delle Fiamme gialle di cui si parla in questi giorni - per intenderci, quelli relativi agli appartamenti che secondo i magistrati di Perugia Diego Anemone avrebbe acquistato nell’interesse del ministro Scajola e dello 007 Pittorru - mostrano una modalità di operazioni di «copertura». A dar retta ai pm umbri, dunque, Anemone si sarebbe appoggiato a due professionisti - il commercialista Stefano Gazzani e l’architetto Angelo Zampolini - come «riciclatori del denaro provento dei delitti contro la pubblica amministrazione» e «come soggetti intermediari per la dazione del denaro oggetto della corruzione». Un filone ancora tutto da accertare. Ma, soprattutto, solo uno dei vari meccanismi che l’imprenditore avrebbe perfezionato per «nascondere» i flussi finanziari. E la parte dei fondi neri da utilizzare per le spese correnti non ufficiali, a cominciare dalle mazzette.

CASSA CONTINUA NEL NOME
DEL SIGNORE... ANEMONE


Tra gli altri, infatti, c’è la «banca in clergyman» che, secondo gli inquirenti, risponde al nome di don Evaldo Biasini. Il religioso ciociaro di 83 anni, economo della Congregazione dei missionari del Preziosissimo sangue, aveva infatti con Anemone un legame decisamente insolito. Tanto da guadagnarsi tra gli investigatori l’appellativo di «don Bancomat». In pratica il prete avrebbe custodito somme sia in contanti sia nei conti correnti intestati a lui o alla congregazione che appartenevano di fatto ad Anemone. Che poteva quindi contare su una fonte di prelievo «sicura» e irrintracciabile, con un giro di denaro valutato in circa 4 milioni di euro. Di questi «sottoconti», don Evaldo teneva meticolosi rendiconti contabili su cui registrava movimenti di dare e avere con il facoltoso amico.

SOTTOCONTI CRIPTATI:
«DANE» E «MANNEO E»

Il religioso sarebbe arrivato, a fine anno, a riconoscere ad Anemone un interesse sulle somme informalmente «depositate» sui conti in subaffitto. Conti che don Bancomat «cifrava» chiamandoli con nomi come «Ad» (iniziali di Anemone) «Dane» (acronimo di Diego Anemone) o «Manneo E» (anagramma del cognome dell’imprenditore). È la perquisizione nei confronti del religioso a scoprire le carte, altrimenti inaccessibili persino agli accertamenti bancari più accorti e minuziosi. A incastrare il sodalizio tra i due era stata la rete di intercettazioni telefoniche lanciata dagli investigatori per svelare i rapporti tra l’imprenditore e la «cricca» della Ferratella. E a far incuriosire gli inquirenti, in particolare, è la richiesta di denaro contante che Anemone rivolge a don Evaldo mentre viene intercettato, il giorno prima di un incontro (mai riscontrato dai carabinieri del Ros) con il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Gli uomini dell’Arma ritengono che Anemone voglia una «mazzetta» da recapitare a mister emergenza. Non ne trovano traccia, ma in compenso risalgono a una fitta serie di contatti tra l’imprenditore e il sacerdote, che sembrano sempre finalizzati a prelievi di somme.

OFFERTE PER L’AFRICA
E PER L’AMICO DIEGO


Si parla di una «cassaforte», e salta fuori una somma - «cinquantamila» - destinata all’«Africa», che don Evaldo però è disposto a concedere all’amico Diego. Quando a febbraio viene interrogato dai carabinieri, proprio l’economo in clergyman chiarisce che sì, si trattava di 50mila euro raccolti con le offerte per i bambini aiutati dalle missioni in Africa. «Li avrei dati ad Anemone - spiega don Evaldo - con l’accordo che me li avrebbe restituiti prima di partire per l’Africa, oppure li avrei detratti dal suo deposito fiduciario di cui vi ho fornito il rendiconto». C’è da dire che non sono solo i soldi a legare i due. L’impresa di Anemone, infatti, si occupa anche di una serie di lavori di ristrutturazioni per edifici di proprietà della congregazione del Preziosissimo sangue. In parte «certificati» dall’emissione di fatture, in parte, invece, lasciati scoperti. L’idea degli inquirenti è che l’imprenditore non si facesse pagare tutto, creando un «fondo» a cui poi attingere, e che talvolta rimpinguava direttamente con versamenti in contanti, che con i lavori non avrebbero nulla a che vedere.

«ENTRATE» E «USCITE»
LE CIFRE SEGRETE SUL C/C


Quanto ai rendiconti, quelli in cui il nome di Anemone viene ingenuamente «cifrato» dal religioso, l’ultimo (quello intestato a «Manneo E») arriva a certificare i movimenti fino al 31 dicembre dell’anno scorso. E riporta un saldo attivo per l’imprenditore di quasi mezzo milione, 475.410,48 euro, per la precisione. Per capire la frequenza delle «operazioni», basta scorrere la lista movimenti relativa al 2008. L’anno inizia con l’apertura del conto per un controvalore di 183mila euro. Poi, in primavera, il denaro si muove vorticosamente. Il 19 marzo Anemone deposita 158mila euro. Il 7 aprile 99mila. Il 9 aprile altri 61mila. L’11 dello stesso mese ancora 36mila.
Quindi partono i prelievi. Trentacinquemila euro «cash» il 23 aprile, 50mila sempre in contanti una settimana dopo. Il 7 maggio altro prelievo per 15mila euro, otto giorni più tardi passa la segretaria di Anemone, Alida, e va via con 20mila euro in tasca. Due giorni dopo sempre Alida ritira 30mila euro, e altri 50mila euro tornano ad Anemone il 26 maggio. Alla fine dell’anno, don Bancomat annota zelante anche l’ammontare degli interessi, pari a 7.553,74 euro. Che Anemone «ritira x bambini Africa cash». Insomma, c’è persino spazio per la beneficenza.
Tornando alla cassaforte, gli uomini del ros ci trovano una sorpresa. Una serie di assegni circolari intestati a una certa «A. S.», figlia di un italiano e una finlandese, che i carabinieri annotano essere «emigrata dal 10.7.2009». In realtà gli investigatori sospettano che quei titoli di credito siano legati a una visita che don Bancomat aveva ricevuto il 21 gennaio 2010 nella sede della congregazione.

ASSEGNI PER 300MILA EURO
DA DELLA GIOVAMPAOLA


Quel giorno Anemone aveva portato con sé Mauro Della Giovampaola, il funzionario di via della Ferratella. E don Evaldo racconta al ros che Della Giovampaola «gli ha consegnato assegni circolari per un importo di circa 300mila euro, in parte successivamente versati sul conto n. 1562 della Banca (intestato alla congregazione, ndr), e in parte ancora custoditi all’interno della cassaforte presso la sede della congregazione». Il giorno dopo la perquisizione è lo stesso don Evaldo che, ormai pienamente collaborante, avvisa gli inquirenti di aver trovato altri dieci assegni circolari, per circa 120mila euro di controvalore, sempre appartenenti al «pacchetto» di Della Giovampaola, non ancora depositati da un suo assistente. Forse, ritengono gli investigatori, anche il collega di Balducci voleva aprire un conto nella privatissima banca «inventata» da Anemone.

Immagine strip mobile Immagine strip desktop e tablet

Commenti