Solo una magia di Maicon evita al Brasile una Corea

Gli asiatici inchiodano la Seleçao per un’ora e la fanno tremare con un gol nel finale. Kakà delude, raddoppia Elano

Johannesburg non è Middlesbrough. Nessuna sorpresa anche se lo sconosciuto Ji Yun Nam segna il gol storico per il suo Paese, inutile ma storico. Due gol bastano al Brasile. Non altro del Brasile. Lo stretto necessario, ordinario, allenamento al freddo, senza luci grandiose. La Corea del Nord resiste per un’ora, senza sofferenza, poi deve cedere secondo almanacco. Tante storie dentro la partita. Il bavaglio alla stampa? Chiedetelo ai nordcoreani con un solo giornalista al seguito. Eppure, nonostante le ristrettezze economiche e la crisi editoriale, il primo tempo della squadra rossa di colore e di fede è stato da inserire nei libri di storia del football. Zero a zero dopo quarantacinque minuti, difesa attenta, contropiede veloce, di fronte ai brasiliani superbi e presuntuosi, sicuri di fare a pezzi i Ridolini, come li aveva definiti Ferruccio Valcareggi nel mondiale inglese del Sessantasei prima che ci bastonassero con l’odontotecnico, ma costretti, i brasileri, a fare accademia stucchevole, noiosa, narcisista senza sostanza per tre quarti d’ora.

Prima del fischio d’inizio un fotogramma che farà storia: il pianto di Jong Tae Se all’inno del suo Paese, in verità del Paese di adozione perché il ragazzo è nato in Giappone, ha frequentato rigorose scuole nordcoreane di Tokyo, qui gli hanno insegnato che oltre il comunismo e la patria di Pyongyang non esistono altri paradisi e dunque, finiti gli studi, Jong Tae Se ha seguito i genitori, coreani della Repubblica democratica popolare ma gioca in un club nipponico. Ieri ha provato l’emozione di stare in piedi, davanti a milioni di persone, a difendere l’onore patrio contro i pentacampeon. Piangeva e teneva basso il capo, quasi vergognandosi delle lacrime o forse della scelta di residenza.
Chi avrebbe dovuto vergognarsi era Bastos, il brasiliano del Lione che ha sbagliato uno stop da parrocchia, per uno cresciuto a samba e futbol è da ritiro della patente.

Si è giocato con tre gradi sotto zero, guanti alle mani di Felipe Melo che dovrebbe calzarli ai piedi, dolcevita di cachemire per Dunga elegantissimo in panchina, Kakà pallido e vuoto nel gioco, pure indisponente, Robinho funambolo e dribblatore di se stesso, il solito Maicon con due maglie, quella di difensore e quella di ala, Brasile di una lentezza esasperata e, dunque, zero gol, zero occasioni vere dei campioni nel primo tempo. Diligenti, compatti e generosi i coreani che altro non possono offrire.

Il Brasile si è stiracchiato nella ripresa, avendo capito che il carnevale è previsto in altra data e poi il freddo di Johannesburg non consentiva la flanella, almeno nel senso del ritmo agonistico. Un paio di segnali di allarme dalla distanza di Elano e di Robinho hanno annunciato l’arrivo del treno ad alta velocità proveniente da Milano, Maicon ha inventato un colpo dei suoi, sventola di destro in corsa, il pallone Jabulani ci ha messo il suo, il portiere coreano anche. Elano ha concesso il bis suppergiù dalla stessa posizione e così è finito l’incubo di Dunga e, insieme, il sogno di Jong Tae Se e dei suoi compagni che occupano la posizione numero 105 della classifica Fifa a dimostrazione che il cosiddetto ranking spesso è una bufala ridicola che illude o delude, la Corea ha fatto più di quello che la sua classifica potrebbe far intendere, e quel gol finale le regala un posto nella cronaca. Il Brasile ha dovuto attendere prima di trovare la risoluzione. Resta l’incognita di Kakà, impalpabile. Come Cristiano Ronaldo, suo sodale di maglia al Madrid, nel pomeriggio fiacco dei portoghesi contro gli ivoriani. Sta a vedere che lo Special One si pente.

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