La soluzione ideale è privatizzare la televisione di Stato

La battaglia contro il canone Rai lanciata dal Giornale è più che giusta: è sacrosanta. Grazie alla «rivoluzione» mediatica scaturita nei decenni scorsi dallo sviluppo delle televisioni commerciali, in Italia come altrove abbiamo un settore televisivo in cui operano ormai molti attori, i quali si finanziano nelle forme più diverse (dall’abbonamento alla pubblicità). In questo quadro, l’idea che il semplice possesso di un televisore, o perfino di un computer, debba obbligarci a versare un canone alla Rai è del tutto indifendibile. Bisogna però sottolineare un fatto, e cioè che la televisione pubblica è finanziata non soltanto dal canone e dalla pubblicità, ma anche e soprattutto con i soldi dei contribuenti.

Per questa ragione la battaglia contro il canone deve anche diventare una battaglia contro la Rai, contro il permanere di un’azienda di Stato che in quanto tale ha sempre la possibilità di accedere a sussidi pubblici. Si otterrebbe infatti una vittoria di Pirro se un’eventuale cancellazione del canone dovesse mantenere in vita le erogazioni pubbliche ordinarie (ancora più inaccettabili, perché più occulte, dato che si basano sui proventi delle imposte) o dovesse condurre all’introduzione di un sistema di finanziamento basato sui consumi elettrici delle famiglie, come da più parti si va proponendo.
D’altro canto, qui non si tratta affatto di togliere a Travaglio o Santoro la possibilità di accedere agli schermi televisivi. Al contrario, si tratta di avere un sistema televisivo più pluralista proprio perché interamente privatizzato e quindi sottratto a ogni interferenza politica. Nessuno vuole chiudere la bocca a chi la pensa in altro modo: si chiede solo che ognuno si regga sul mercato, grazie ai propri spettatori, senza la pretesa di essere mantenuto da chi non l’apprezza o addirittura lo detesta.

Proprio per questo motivo la privatizzazione della Rai va accompagnata con una piena liberalizzazione del sistema televisivo, superando quel complesso sistema di regole (dalla legge Mammì in giù) che ostacola il libero accesso alla concorrenza. A tale proposito, la tecnologia è stata ed è ancora una fondamentale alleata della libertà di espressione, basti pensare al ruolo del satellite, ma è egualmente necessario che si proceda a un radicale disboscamento delle norme che intralciano il settore.

Sarebbe quindi importante che quanti vanno disdicendo il canone sentissero come ugualmente urgente la privatizzazione delle tre reti Rai e, più in generale, il pieno avvento di un mercato televisivo davvero libero. L’argomento secondo cui una Rai pubblica è necessaria ad assicurare programmi di qualità è del tutto infondato, dato che se vi è una domanda di questo genere (ed è così) entro un quadro liberalizzato è facile prevedere che vi sarà chi si preoccuperà di soddisfare tale esigenza.

Non dimentichiamolo: la Rai è soprattutto un apparato burocratico di tipo orwelliano, poiché incarna le pretese di uno Stato che vuole rettamente educarci, informarci, divertirci. Le stesse regole che oggi governano il sistema radiotelevisivo e che sbarrano la strada a nuovi soggetti privati sono figlie di quella logica, variamente sfruttata da questo o quel gruppo di interesse, ma la quale discende essenzialmente dalla volontà di voler gestire dall’alto la cultura e l’informazione.

L’iniziativa contro il canone Rai lanciata dal Giornale è una bella palla di neve: tirata in faccia alla malainformazione può obbligare qualcuno a correggere il tiro. Ma se essa si trasforma in una battaglia volta a cancellare lo statalismo radiotelevisivo, è possibile che quella palla generi una valanga. Un sommovimento generale volto a ridefinire l’Italia, per farne un Paese un po’ più libero.