Prima la spaccatura, poi la solidarietà al leader

RomaAlla fine il frondismo fa flop. La mina nei rapporti tra Berlusconi e Fini prende forma nell’aula di Montecitorio sotto forma di documento nelle mani del finiano di ferro Italo Bocchino. Lui, vicepresidente vicario del Pdl, fa girare la lettera di doléances tra i banchi della maggioranza. Il foglio dovrebbe raccattare gli scontenti e rappresentare l’arma carica dei pro-finiani. Nel testo si legge «Caro presidente, ci rivolgiamo a te per rappresentarti un disagio che richiede un intervento al fine di armonizzare le varie anime politiche e parlamentari che si ritrovano nel Popolo della libertà». Disagio, quindi. Ma anche un riconoscimento netto alla «Tua leadership e alla Tua ineguagliabile “politica del fare”». Detto questo, «il Pdl deve conservare la sua natura di partito del pensare, allenato alla discussione, avendo come priorità una solida e visibile democrazia interna». Poi le richieste: «Un patto di consultazione permanente tra te e il cofondatore del Pdl Gianfranco Fini... ; la necessità di tenere vertici di maggioranza che coinvolgano tutto il Pdl, evitando la sensazione che dalle cene del lunedì venga fuori la linea dell’esecutivo e che questa sia di fatto condizionata dalla Lega, a scapito del nostro partito; la necessità di strutturare il Pdl come un vero e proprio partito». E poi la chiusa: «Ferma restando la nostra convinzione sull’irreversibilità del bipolarismo e sull’impossibilità per chi come noi viene da An di prefigurare scenari di tipo diversi, slegati dal Pdl e dalla tua leadership, ti preghiamo di intervenire quanto prima».
Il testo circola tra i banchi di Montecitorio ma qualcosa non quadra. Bocchino entra ed esce dall’aula ma sui numeri è giallo. In quanti firmano? «Tantissimi», dice al telefonino. «Due, io e un altro», afferma più ironico che mai al Giornale. Poi circolano le voci di «una cinquantina ma anche di più». Sul totale di 83 deputati pidiellini eletti in quota An, alla fin della fiera avrebbero aderito in un primo momento soltanto in 21. Un flop.
Ma di fatto gli ex aennini stanno andando alla conta con il rischio di un pasticciaccio brutto: partito spaccato e di fatto la nascita di una corrente. Alessandra Mussolini si lascia scappare un «che casino» ma poi ride «tanto io non sono mica di An». Chi firma e chi no? Barbara Saltamartini no, Vincenzo Piso no, Viviana Beccalossi no, Giorgio Holzmann no. Insomma le defezioni sembrano tante. Ma soprattutto l’appello non conquista pezzi grossi del partito come Ignazio La Russa, Gianni Alemanno e Altero Matteoli. Che fare? In questo modo il documento può scoppiare nella mani degli ex aennini e deflagrare facendo il grave danno di spezzettare una parte (piccola per di più) di partito in una sorta di microcorrente. L’impasse è risolta in un frenetico giro di telefonate tra i big del Pdl. La Russa ha in mano le pinze giuste per disinnescare la bomba: «Trovo che tutto il contenuto della lettera non possa che essere pienamente condiviso non solo da una parte ma da tutti i parlamentari ex di An». È l’acqua che spegne il fuoco dei frondisti: «La lettera, firmata solo da una parte dei parlamentari ex An, anziché portare, come si vorrebbe, a una serena definizione di questa fase di tensione all’interno del Pdl che è inutile negare, finirebbe col creare ulteriori problemi».
A stretto giro di posta arriva il placet di Altero Matteoli e Gianni Alemanno: «Lanciare oggi una lettera che, pur condivisibile, divide invece di unire, è una strada che allontana dalla soluzione dei problemi». Insomma, è il «metodo che non va». Si allinea pure Maurizio Gasparri e parte l’ordine: «Firmate tutti». La Beccalossi spiega: «Ora c’è stato un chiarimento tra i massimi dirigenti del partito». Anche Bocchino alla fine smussa: «La missiva? Può apparire atto duro, ma va letto come un gesto d’amore per migliorare un percorso che negli ultimi tempi ha mostrato alcune lacune. Personalmente sono stato e resto un berlusconiano entrato con Fini in Parlamento e nel Pdl e ritengo che per costruire un grande partito serva un asse tra Berlusconi e Fini».
L’ordigno, quindi, non esplode anche se il ticchettio è risuonato alto tra gli scranni di Montecitorio. Un rumore che non è piaciuto agli ex forzisti, tanto che Denis Verdini, uno dei tre coordinatori del Pdl, liquida così la giornata: «Una lettera pleonastica. In un giorno in cui di tutto c’era bisogno tranne che di una polemica interna al Pdl». Al Giornale, La Russa sintetizza così il pomeriggio al cardiopalma: «È stata un’operazione che ha evitato una spaccatura. Bene così». In due, invece, hanno deciso di tenere ben chiuse le proprie penne Bic. Nessuna firma né prima né dopo: Mario Landolfi e Carmelo Porcu: «Non doveva nascere da un gruppo parlamentare». Punto e basta.