Spacciatori liberi in otto mesi si ributtano subito nel business

Otto mesi di carcere a uno, un anno e mezzo all’altro. Buba Jattia viene dal Gambia, Nabil Dowa - ammesso che si chiami davvero così - è tunisino. Entrambi sono clandestini e spacciatori di droga. Entrambi sono stati colti con le mani nel sacco, alla fine di agosto, mentre vendevano cocaina. Ed entrambi ieri mattina in tribunale possono beneficiare della legge che consente loro - come a tutti gli imputati di qualunque reato - di limitare i danni patteggiando la pena. Si tratta della legge di cui mercoledì il sindaco Moratti e il prefetto Lombardi hanno chiesto una modifica, accusandola di eccessiva indulgenza verso chi spaccia droga: e che, grazie a questa norma, torna rapidamente in circolazione.
È così davvero? Otto mesi di carcere per chi vende una dose di droga sono una pena in grado di esercitare una qualche funzione dissuasiva, o sono solo un buffetto sulla guancia? Le storie di Jattia e di Dowa - vicende abbastanza esemplari delle decine e decine che ogni giorno riempiono le gabbie dei processi per direttissima - non inducono all’ottimismo. Buba Jattia è sbarcato a Lampedusa in gennaio, un mese dopo ha chiesto asilo politico e senza aspettare la risposta è svanito nel nulla. In aprile era già a Milano a spacciare droga, lo hanno preso, ha patteggiato a otto mesi con la condizionale ed è tornato libero. La sera del 27 agosto scorso lo hanno ribeccato in via Gorizia - nel cuore della movida milanese - che vendeva coca. Ieri patteggia di nuovo, altri otto mesi di carcere.
Stavolta li farà davvero: resterà a San Vittore fino ad aprile. Poi tornerà libero. Con quali speranze, con quali prospettive? Anche Dowa, il tunisino, è già un vecchio cliente della giustizia. Lo hanno preso in via Melloni che vendeva coca a un tizio in Bmw, a casa gli hanno trovato altri venticinque grammi di coca. Un altro pesce piccolo, ultimi anelli della catena dello spaccio. Anche lui, ovviamente, patteggia. Un anno e mezzo. Tornerà libero a febbraio del 2011. E poi?
D'altronde, in tribunale, le «tariffe» sono queste. La legge sulla droga lascia ai giudici una discrezionalità quasi infinita, la pena oscilla da un anno a venti. «Di fatto per gli spacciatori al dettaglio - racconta un giovane magistrato onorario - quasi mai si superano i due anni. E patteggiano praticamente tutti, così ottengono lo sconto di un terzo della pena». Se - come chiedono sindaco e prefetto - venisse cancellata la possibilità di patteggiare la pena, la condanna aumenterebbe di qualche mese.
Cambierebbe qualcosa? Forse sì, forse no. Ma l’uscita di Letizia Moratti è andata comunque a toccare un tema su cui anche in tribunale ci si interroga da qualche tempo: un certo allentamento della tensione nell’affrontare lo spaccio di droga. Negli anni dell’eroina, quando in città si raccoglievano cadaveri su cadaveri, i giudici infliggevano batoste memorabili a spacciatori grandi e piccoli. Oggi - di fronte al dilagare discreto della cocaina - la condanna media è assai più blanda. Ogni giudice fa di testa sua. In Procura non ci sono direttive, ai singoli pm non viene indicata una linea da tenere al momento di quantificare la pena. Che a volte si esageri con l’indulgenza lo dice però un dato preciso: ogni anno i giudici preliminari respingono tra le duecento e le trecento richieste di patteggiamento in cui accusa e difesa si sono messe d’accordo su condanne troppo blande. Si tratta, nella grande maggioranza, di processi per spaccio di droga.
Patteggiamento o non patteggiamento, sono in molti a ritenere che sia necessario rivedere un po’ all’insù il «tariffario» delle condanne per droga. Ma ai piani alti del palazzo di giustizia c’è anche chi invita a non farsi prendere la mano: «È un’illusione - dice un giudice che ne ha viste tante - pensare di risolvere l’emergenza droga riempiendo carceri che stanno già scoppiando».