Amicizie, amori e musica del direttore Bernstein

Nelle lettere del maestro statunitense, mezzo secolo di cultura. Tra incontri memorabili, litigi sonori e concerti sotto le bombe

Amicizie, amori e musica del direttore Bernstein

The Leonard Bernstein Letters (Yale University Press, pp. 606), sono come l'eruzione di un vulcano in 650 pezzi: amicizie, passioni, intelligenza scorrono come magma. Il Mosé di questo epistolario è Aaron Copland, musicista venerato e riferimento sicuro nei momenti di sconforto. Mentre in Europa Hitler scatena l'inferno, il ventenne Lenny (Berstein) ha il morale a pezzi. Risponde Mosé-Aaron: «Su Arte, Uomo e Vita posso solo consigliare prospettiva, prospettiva e ancora prospettiva. Siamo solo nel 1938. L'Uomo ha ancora molto tempo. L'Arte è abbastanza giovane. La Vita ha la sua dialettica. Non sei curioso di vedere cosa ci porterà il domani?». Il carismatico direttore d'orchestra greco Dimitri Mitropoulos predice quel «domani»: il teenager che lo ha sconvolto diventerà contemporaneamente il più famoso pianista, direttore d'orchestra, divulgatore e compositore nato negli Stati Uniti. Serge Koussevitzky diventa il mentore del giovane fenomeno e gli affida elettrizzanti spettacoli durante i corsi estivi di Tanglewood. Grazie all'asma è riformato dalla leva e può trionfare dirigendo musica contemporanea americana (Copland, Harris, Piston, Thompson, Blitzstein, William Schumann). Spesso funge da cuscinetto fra litigiose coppie di compositori. «Sono tutti amici. Ma passo il tempo a giustificare Berger con Schumann, e Schumann con Bowles, e Thompson con Schumann, e Bowles con Diamond: ceno con tutti, ma nessuno di loro cena con gli altri. Buon Dio». Attira come un magnete i cuori. «Mio verbo visibile», lo chiama Farley Granger. Bette Davis, prima di Hiroshima, gli scrive «non c'è nulla di più incoraggiante per il futuro del mondo come il super talento in qualcuno - è il solo vero aiuto per credere che il mondo valga la pena di essere vissuto».

Nel turbine di relazioni amicali e sessuali cerca ordine con l'analista, la misteriosa «Frau»: «Nei tuoi sogni c'è confusione, non riesci ad andare dove devi: due appuntamenti simultanei o fidanzamenti. Tu stai vedendo Felicia e il giorno che ti lascia devi vedere un ragazzo». Felicia, è la Signorina Montealegre, raffinata attrice e pianista cilena, che diverrà sua moglie e l'amore più importante della sua vita. Si fidanzano, poi rompono. «Proviamo a vedere cosa succede se tu sei libero di fare come vuoi, ma senza colpa e confessione, per favore!». Felicia è sicura che un giorno «saremo forti - dopo tutto siamo tutti e due più importanti come individui che come matrimonio».
Se il cuore batte a mille, la carriera corre a velocità folle. Anche l'Europa riconosce il suo talento. Praga ante putsch comunista è la prima tappa («Quale cortina di ferro, è cellophane»). L'Italia: Milano e Roma («Calendari impossibili, tempo freddo, e diarrea. Ognuno è diventato il mio dottore: ho usato indiscriminatamente quattordici differenti medicine: qualcosa hanno fatto»). Sboccia l'amore per Israele. 40 concerti in 60 giorni: «Tutti sono giovani, ispirati, meravigliosi in questo nuovo Esercito, e tutti sono veramente vivi in questo nuovo Stato». Giornate storiche di guerra. «Sono seduto qui in questa incantevole città (Tel Aviv) in blackout, con gli Egiziani che fanno l'inferno a sud, con la mia amata Gerusalemme senza acqua e sotto assedio. Ma i concerti non si fermano». Nella Città Santa proiettili e pistole accompagnano Beethoven. A Nazareth mangia con gli Arabi, compra «rosari (benedetti) per i vari amici cattolici», e poi con Jennie Tourel suona per 5000 persone in un kibbutz.

La Scala gli apre le porte nel '53, per volere del grande direttore e sovrintendente artistico Victor De Sabata. Anche la Diva Callas, dopo Medea, lo rivuole per Sonnambula. «Qui è tutto all'aria. La Callas sempre a letto con il suo foruncolo, come una vera prima donna d'un tempo, sofferente, pallida, Violetta». Lo spettacolo farà rumore. «Non ho mai lavorato così tanto per uno spettacolo: faccio qualunque cosa: dipingo le scene & passo un'ora discutendo sul colore di un polsino di camicia per una corista, una specie di co-regia con Luchino (Visconti), & pianifico ogni secondo. Sto imparando, imparando. È un teatro glorioso».

Segnaliamo nelle lettere milanesi a Felicia che il curatore Nigel Simeone, omette in nota e nell'indice dei nomi l'illuminata agente (Ada) Finzi, la regina dei salotti musicali Wally (Toscanini), il produttore discografico Nanni Ricordi), una passione italiana, Ruggero (Nuvolari). E non sono gli unici. L'amica Maria (Ricordi), che aveva presentato Lenny a Eduardo, Luchino e a Karajan («il mio primo Nazi»), è scambiata per la Callas, data, con negligente comicità, per abitante a Milano in Corso di Porta Nuova 10, dove invece risiedeva la signora Ricordi. Omissis.

Torniamo al peso specifico di chi scrive a Bernstein. È una parata di stelle: sfilano ammiratori sinceri come Frank Sinatra e Richard Rodgers, collaboratori poliedrici (Steven Sondheim), maestri affettuosi - e interessati - (Francis Poulenc) o di umanissima dottrina (Mademoiselle, Nadia Boulanger), anziani e temuti colleghi trasformati in epistolografi grati (George Szell e Fritz Reiner), committenti illuminati (l'Arciprete anglicano Walter Hussey) e compositori: ironico (John Cage), stravagante (Morton Feldman), fluviale (Olivier Messiaen), mistico-arrogante (K. H. Stockhausen), avventato (John Adams). La fama del direttore d'orchestra diventa planetaria con il successo di West Side Story e nel decennio alla direzione musicale della Filarmonica di New York (1958-69). In quel tempo si convinse ad andare nella città della musica, Vienna: «Non sai nemmeno se fra il pubblico che ti grida bravo c'è qualcuno che venticinque anni fa avrebbe voluto ammazzarti (...). Ci sono molte tristi memorie qui; si deve trattare con molti ex nazisti (e forse ancora nazisti)». Ad esempio il manager (e tromba) dei Filarmonici, Wobisch, ex spia delle SS, schedata da Simon Wiesenthal. Fu Georg Solti (anch'egli ebreo) a convincerlo a lavorare per «educare le giovani generazioni di orchestrali» e che l'ex spia «forse era uno dei membri di quell'orchestra più fedeli». «Meglio dimenticare, e se possibile, perdonare», decise Bernstein. E divenne il direttore primus inter pares dei Wiener, adorato per memorabili Falstaff, Rosenkavalier e Fidelio e cicli sinfonici (Beethoven, Brahms, Schumann, Mahler). Colpiva tutti la semplicità: trattava l'uomo della strada facendolo sentire come una persona importante. Alla notizia che il decano direttoriale austriaco Karl Böhm si sarebbe ritirato, gli scrisse una lettera stupenda. «Tu mi hai insegnato in saggezza quello che io avevo eseguito per intuizione. Rimani così, per me, per i miei colleghi, per la santa arte». L'immortalità come artista «non ti incoraggia a rimanere con noi, e ad insegnarci, per sempre?»

Aveva ragione De Sabata: solo «sapere che un Bernstein esiste, aiuta molto».

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