Il "Barbiere" di Martone, così si fa teatro al tempo del Covid

La messa in scena del capolavoro di Rossini è un esempio di regia teatrale

Il "Barbiere" di Martone, così si fa teatro al tempo del Covid

Mario Martone, chiamato a (ri)pensare la messa in scena del Barbiere di Siviglia per l'apertura della stagione del Teatro dell'Opera di Roma, ha realizzato uno spettacolo godibile e teatrale quasi senza nulla.

Gli ormai noti distanziamenti fra cantanti e coristi e l'assenza del pubblico non sono stati un problema, perché il regista napoletano ne ha approfittato per muovere le sue pedine con tempi agili e rispettosi dell'architettura operistica, offerti come in un racconto cinematografico dalle immagini in diretta e registrate dalla televisione. Così il coro poteva sbucare dalle quinte o filar via dalle scale a tempo debito; i solisti, giocare con il palco centrale come casa-prigione della bella Rosina; Bartolo, raccontare un recitativo ai due musicisti che soletti in palcoscenico realizzavano gli accompagnamenti; Figaro, approfittare nella famosa sortita del Factotum di un passaggio in scooter per Roma, in cui lo chauffeur si rivela essere il maestro Gatti in casco e frac. Un tocco allegorico, i fili che simboleggiano l'intreccio avviluppato e i personaggi marionetta azionati dal Supremo Burattinaio Rossini, tagliati nel giubilo finale.

Azzeccate le riprese dei rumoristi le cui lastre metalliche imitano i tuoni del temporale nel secondo atto e gli interventi delle sarte che rivestono Rosina in sottoveste e braghettano Figaro sceso dalla motoretta per entrare in teatro. Impagabile il farsesco equivoco in cui Almaviva sotto le mentite spoglie di Don Alonso e Rosina, cui si aggiunge l'ipocondriaco Don Bartolo, convincono Don Basilio che ha una cera molto brutta: i tre indossano le famigerate mascherine-anticovid, mentre il disinvolto prelato si gira verso Gatti che gli prova la febbre con un termometro elettrico e poi si mette la mano sul capo. Le note migliori provenivano proprio dalle parti di commedia, quei recitativi in cui Bartolo (Alessandro Corbelli), spinto sulla sedia a rotelle da Berta, assopito nella lezione di canto o farneticante nelle sue inutili precauzioni, aveva un volto da librettista rossiniano (poteva essere un Anelli o un Romani), che sciorinava la sua magistrale dizione.

Bella conoscenza il ventiquatrenne polacco Andrzej Filonczyk (Figaro): dizione chiara, fraseggio pulito e simpatia attoriale da vendere. Il costume per lui realizzato da Anna Biagiotti ricordava uno di quei nobili villani che nel presepe napoletano possono assumere tutte le parti, dal vinaiolo al padre putativo del Bambin Gesù.

Altrettanto lodevole Alex Esposito, un Basilio con la voce, calunniatore potente perché privo di enfasi e cattivi vezzi. Meno convincenti dal punto di vista vocale, seppur ben inseriti nella macchina registico-musicale, l'Almaviva di Ruzil Gatin (Martone lo presenta strabiliante controfigura di Rossini trentenne) e la Rosina non sempre registrata nell'intonazione di Vasilisa Berzhanskaya. Il maestro Daniele Gatti ci ha fatto capire subito di aver preso il Barbiere sul serio. Tempi scanditi, sonorità muscolose, appiombo e generale assenza di volgarità. Il fatto che Rossini e Cesare Sterbini abbiano scritto un capolavoro buffo si è capito dalla regia teatrale, caso, oggi, rarissimo.