Blur, Oasis e tutti gli altri. Istantanee dal british pop

Un libro fotografico fa rivivere l'era d'oro delle band che dall'Inghilterra hanno dettato gusti e mode

Venticinque anni sono passati dalla pubblicazione di (What's the Story) Morning Glory?, secondo album degli Oasis, manifesto del Britpop e terzo più venduto di sempre nella storia della musica inglese. Di questo quarto di secolo una parte consistente è trascorsa senza la band mancuniana dei fratelli Gallagher, che nel 2009 al culmine del loro detestarsi senza mezza termini hanno mandato tutto a rotoli. Torneranno oppure no, difficile dirlo, pare sia questione di soldi. Nel frattempo Liam continua con le sue periodiche esternazioni sul mondo della musica, che non hanno risparmiato nessuno, dai Radiohead a Taylor Swift, dagli eterni rivali Blur a Miley Cyrus. L'ultima l'ha sparata contro Noel, che si vanta di essere un no mask. «Un imbecille, per molte ragioni».

Polemiche e litigi non ci fanno certo dimenticare che gli anni '90 furono l'ultimo grande periodo nella storia europea che si identifichi pienamente con la cultura di una nazione. Nella Gran Bretagna di allora la musica (non solo Brit Pop, il sound di Bristol, l'elettronica dei club), l'arte (gli yBa capitanati da Damien Hirst), la letteratura (da Kureishi agli acidi scozzesi di Irvine Welsh), la moda (l'icona Kate Moss e lo stilista Alexander McQueen) concorsero a definire una nuova coolness sotto il vessillo della Union Jack. Poi sono arrivati globalizzazione e multiculturalismo in nome dei quali la vecchia Europa è entrata in crisi, persino una realtà solida come l'Inghilterra.

Inevitabile sfogliare con una certa nostalgia e un po' di orgoglio ferito il bellissimo libro fotografico di Kevin Cummins dal titolo While We Were Getting High. Britpop and the 90s pubblicato da Cassel Illustrated. La traduzione è esplicita, «mentre ci stavamo sballando», la storia di una generazione all'insegna del divertimento ma che si è fermata prima dell'autodistruzione a differenza dei fratelli maggiori punk new wave e dei coetanei grunge americani. Certo avrebbero riso in faccia a qualsiasi bislacco governo che avesse imposto lo stop alle feste private, però hanno scelto di invecchiare e non di fare una brutta fine.

Coolness si diceva. Ecco questi erano proprio dei fighi. Per quello che suonavano e cantavano. Per come si vestivano. Per il taglio dei capelli. La macchina fotografica di Cummins, anche lui di Manchester, che in passato aveva ritratto Bowie, gli Stones, Ian Curtis e Morrissey, insegue la memoria del «decennio migliore della nostra vita» con immagini e parole che non si fermano ai Gallagher o Damon Albarn, ma tornano su antichi protagonisti con le interviste a Brett Anderson degli Suede, Sonya Aurora Madan degli Echobelly, Martin Rossiter dei Gene.

Nelle prime pagine c'è una strepitosa figura intera di Jarvis Cocker il leader dei Pulp, uno che riesce a essere dandy anche in abito di velluto, girocollo in lambswool e Paraboot. Blur e Oasis sono naturalmente i più fotografati e il loro stile fin dai dettagli rivela l'assoluta incompatibilità: molto studiati i londinesi, giusto il taglio delle giacche, i jeans risvoltati, l'anfibio alto da club. I Gallagher invece sono ragazzi da stadio e da pub, tifosi del City, eredi dei mod di Quadrophenia che hanno rilanciato il parka come irrinunciabile capo spalla. Dovendo scegliere, Oasis tutta la vita!

C'è un incredibile Richard Ashcroft con i capelli lunghi alle spalle ai tempi di Urban Hymns, quando i Verve pubblicarono uno tra i migliori album del decennio. C'è Justine Frischmann, leader delle Elastica, band interamente femminile, che ricorda la scultrice Sarah Lucas; ci sono i Charlatans sulla spiaggia di Brighton a gennaio. Arrivano anche i Radiohead con il lunare Thom Yorke e una serie di gruppi quasi dimenticati: i Menswear che sembrano dei modelli di Ralph Lauren, i cazzutissimi The Boo Radleys, Lush, Bluetones, Shampoo, The Seahorses e Supergrass. Con qualche scatto dedicato ai miei amati Kula Shaker.

Il tragitto temporale parte dal 1991 e si arresta nel '98, quando il Britpop ha già dato il meglio di sé, i dischi fondamentali sono già stati incisi e il fenomeno entra indubbiamente in una fase recessiva, che è un po' quello che è capitato all'arte: alcuni (pochi) hanno guadagnato il proprio posto sui libri di storia, altri (la maggior parte) sono comunque testimoni di un'epoca molto felice di belle canzoni, belle mostre, bei libri, film, fiumi di birra e tanto divertimento. In fondo arte e musica si somigliano parecchio, non tutto è fatto per resistere, molte cose si ricorderanno appena e per questo servono le foto di Kevin Cummins.

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