"La Capinera" di Mogol e Bella, primo melodramma moderno

Al Bellini di Catania l'«opera contemporanea» ispirata al Verga. Regia e scene del premio Oscar Dante Ferretti

"La Capinera" di Mogol e Bella, primo melodramma moderno

Alla fine è un esperimento riuscito. Teatro Massimo Bellini di Catania, meraviglioso. Nella «buca» davanti al palco l'orchestra del Teatro diretta dal bravo Leonardo Catalanotto. Sul palco la prima della Capinera l'opera liberamente tratta dal romanzo che Giovanni Verga scrisse nel 1869 trasformandolo in un enorme successo. Adesso va in scena per la prima volta in forma di «melodramma moderno», dove per moderno si intende contemporaneo, trasformato in musica grazie al lavoro enorme e commovente di Gianni Bella e alle parole di Mogol su libretto di Giuseppe Fulcheri, orchestrazione di Geoff Westley e regia, scene e costumi firmati dal premio Oscar Dante Ferretti. Un cast inedito e inatteso, un insieme di talenti che nella quasi totalità non ha «confidenza» con la lirica e la classica. In più, il soprano è Cristina Baggio nella parte di Maria, il suo amore straziante Nino è l'esuberante Andrea Giovannini, mentre Carlo Malinverno è il personaggio inedito del Colera.

La sfida è di portare un nuovo titolo in un repertorio da un secolo praticamente identico a se stesso. E in questo il Teatro Bellini, con il sovrintendente Roberto Grossi, ha il merito coraggioso di essersi spinto oltre le mura sicure dei titoli consolidati e di aver esplorato nuovi percorsi. E il risultato in scena lo ha premiato.

Pur essendo una prima assoluta (e mondiale), l'ossatura della Capinera regge bene, nonostante una lunghezza forse eccessiva e la necessità di «asciugare» alcune parti anche per non far calare la tensione. L'enfasi delle musiche composte dall'esordiente (in questo campo) Gianni Bella segue, amplifica, sottolinea e colora lo svolgersi di una storia che nell'ultima metà dell'Ottocento appassionò e commosse i lettori. Forse nella parte conclusiva gli accenti più musicalmente melodrammatici (il melodramma è l'antenato del pop) sono troppo marcati, ma non è detto che sia un limite.

Maria, monaca di clausura, incontra (complice l'epidemia di colera che fece aprire le porte del convento) l'amore per Nino, lo scambia per una manifestazione di Dio, poi ne rimane quasi posseduta fino a morirne. Per sommi capi, è un feuilleton possentemente radicato nel costume del tempo e della Catania più tradizionale. Ma è anche una storia basata su sentimenti identici oggi come allora. E in questo c'è l'intuizione di Mogol, l'autore che con le sue parole è stato (il più) bravo a mescolare l'alto con il basso creando autentica cultura popolare. Naturalmente è una sorta di «scontro di civiltà lirica» che scatena i puristi ancora vincolati a regole ritenute intoccabili e per questo, probabilmente destinate a tenere sempre più lontano il pubblico giovane o quello che, per curiosità e cultura, ha voglia di nuove vie. E se la tessitura dell'Orchestra non è mai stata inferiore alle attese, il soprano Baggio non perde intensità rimanendo protagonista anche nella gestualità. E il basso Malinverno, che è il Colera, diventa una maschera attualissima perché rappresenta il male che affronta poi lo smarrimento di diffonderlo, il male. Infine il coro ha una sintonia completa, a tratti coinvolgente. Il tutto all'interno di una scenografia credibile e con costumi decisamente all'altezza per foggia e dettagli.

In sostanza, questa Capoinera, poi sfumata negli applausi dopo ben oltre due ore, è il tentativo importante di portare novità rispettando la tradizione, di dare nuovi spunti a una scena che si percepisce sempre più ripiegata su se stessa. E non è un caso che, in attesa che l'opera venga allestita in altri teatri, Mogol pensi anche alla Scala: «La Capinera lo merita. E se il sovrintendente Pereira volesse vederla, sono sicuro che la apprezzerebbe». L'invito è lanciato.

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