Capuana, un verista col pallino del fantastico

Strana sorte quella di Luigi Capuana (1839 - 1915). Scrittore bulimico, sovente per ristrettezze economiche, e dalla immaginazione sconfinata, autore di centinaia di racconti e che si reinventò le fiabe attingendo al folclore soprattutto siculo ma ne scrisse di completamente «nuove». Appassionato della scienza a lui contemporanea ma anche dell'occulto, dello spiritismo, della «metapsichica», Capuana viene inserito nella storie della letteratura insieme a Verga, di cui fu amico e sodale, tra gli autori più significativi del verismo, del realismo, del naturalismo, insomma degli oggettivi scrutatori di fatti e sentimenti. Dopo la sua morte e per parecchio tempo venne soprattutto ricordato per le sue storie per ragazzi, Scurpiddu (1898) e Cardello (1907), che però non reggono al tempo. In parte riscoperto a partire dagli anni '70 del '900 come favolista e novelliere con la benemerita pubblicazione dei Racconti in tre volumi a cura di Enrico Ghidetti (Salerno, 1973) e di Tutte le fiabe (Mondadori, 1983). Poi grazie a Simona Cigliana è stato ricordato il suo interesse per l'occulto con la ripubblicazione dei saggi Spiritismo? (1884) e Il mondo occulto (1896). Poi è calato su di lui il silenzio.Eppure per chi s'interessi delle origini del fantastico italiano, Capuana è un nome importante ma quasi ignorato proprio perché grava su di lui l'etichetta di cui si diceva: apparentato a Verga, ma un gradino più in basso, come esponente di punta del verismo. Ma non c'è contraddizione, anche se può sembrare paradossale, tra il Capuana realista e il Capuana irrealista e favolista, tra l'autore di Giacinta (1879), Profumo (1891) e Il marchese di Roccaverdina (1901) e quello delle storie fantastiche e protofantascientiche? Come si conciliano le influenze di Zola con quelle di Hoffmann, Poe, Verne e Wells? La patologia dei sentimenti, l'indagine psicologica, la descrizione di follie, suicidi, morti con quella di eventi straordinari sul piano scientifico e metafisico?Il nodo comune, l'intersezione, è la descrizione dei sentimenti umani quasi in modo «scientifico». Capuana si comporta come un anatomopatologo dell'animo umano e uomini e donne sono passati al microscopio sia di fronte ad eventi realistici personali e sociali sia di fronte a occorrenze assolutamente non ordinarie: l'irreale e il fantastico, ma anche la novità scientifica e i fatti eccezionali. Sentimenti drammatici - odio, amore, violenza, inganno e eventi fuori dal comune fantasmi, entità ultraterrene, vampiri, mostri, invenzioni che portano a conclusioni drammatiche - irrompono nelle vite dei personaggi dello scrittore e le sconvolgono. È da un lato la patologia della realtà e dall'altro quell'avvento dell'Irreale, dell'Inconoscibile di cui parla Roger Caillois e che provoca lo sconvolgimento della quotidianità creando il Fantastico. C'è dunque un collegamento, diciamo così metodologico, fra la vena realistico-psicopatologica e la vena fantastica o fantascientifica, senza che lo scrittore fosse in contrasto con se stesso e la sua poetica: descrivere impersonalmente la patologia dei sentimenti umani di fronte a un evento abnorme. A questa sua metodologia si aggiunga una curiosità intellettuale per ogni novità e gli sperimentalismi letterari.Capuana esordì ventottenne con un racconto su La Nazione nell'ottobre 1867: il protagonista de Il dottor Cymbalus, che si autodefinisce «il genio del male, capace di distruggere e non di edificare», opera un tale William, innamorato disperato, che gli chiede di essere privato dei suoi sentimenti: Cymbalus gli anestetizza per così dire il cuore, sede privilegiata delle emozioni. Prima soddisfatto del risultato alla lunga però William non sopporta di essere stato ridotto a un automa e non potendo essere ri-operato per tornare come era prima, disperato ma umano, si suicida maledicendo la scienza. Il dottor Cymbalus ricorda non solo il predente dottor Frankenstein della Shelley (1816) e il seguente dottor Moreau di Wells (1896), ma anche il dottor Raymond, protagonista de Il gran dio Pan, uno dei capolavori di Arthur Machen (1894). Tutte queste storie si concludono con esisti disastrosi. In uno degli ultimi racconti pubblicati da Capuana, ma non presente nelle sue molteplici antologie e che ho recuperato nel mio Le aeronavi dei Savoia (Nord, 2001) dedicato alla protofantascienza italiana, lo scrittore presenta un altro scienziato, il dottor Morini. In L'acciaio vivente, uscito su Il Giornale d'Italia il 1° ottobre 1913 sotto l'intestazione di «novella inverosimile», si descrive l'invenzione di un prodotto, l' «acciaina», che trasforma in acciaio «muscoli, fibre e nervi senza che essi perdano niente della loro delicatissima duttilità e acquistino allo stesso tempo un vigore di resistenza quasi infinita». Ma qui, gli fa notare un collega, ci andrebbero di mezzo anche i sentimenti. Ma per Morini esseri umani dai nervi d'acciaio potrebbero opporsi alla «crescente nevrastenia» (nel 1913!) e «protrarre la giovinezza». Sicché il dottor Morini, per conservarla sempre giovane, inietta l'«acciaina» nelle vene della moglie Zaira. Alla fine però fibre e muscoli non sopportano l'esperimento, «impotenti a riprendere le loro funzioni ordinarie». All'improvviso il crollo: il dottore si trova di fronte a «una creatura che non era una vecchia, bensì qualcosa di stremato, di avvizzito, di irriconoscibile». Per amore ha compiuto un delitto e si ricorda delle parole del collega: «Sarebbe bene che certi esperimenti di laboratorio non riuscissero mai!». Un monito inascoltato a distanza di un secolo. La Natura ha ragione della Scienza e il positivismo, che dovrebbe essere alla base del verismo, è sconfitto.La parabola di Capuana sembra quella di Arthur Conan Doyle che passò dal razionalismo assoluto di uno Sherlock Holmes allo spiritismo di cui divenne famoso sostenitore. Un aspetto dello scrittore siciliano che è come una filigrana sottotraccia della sua sterminata narrativa e che sarebbe il caso di riscoprire per fargli assumere il posto che gli compete alle origini del fantastico e della protofantascienza italiani.

Commenti