Caravaggio incontra Pasolini. Storia di due «ragazzi di vita»

Sgarbi inaugura una sorprendente esposizione ricca di scioccanti (ma fondati e illuminanti) accostamenti

Sulle prime, l'osservatore si potrebbe chiedere: che c'entrano il Seppellimento di santa Lucia al Sepolcro e il cadavere di Pier Paolo Pasolini? Caravaggio e una foto proveniente dagli atti giudiziari del processo sulla morte dello scrittore? Il Seicento e il Novecento? Che c'entrano? Tutto.

Lo racconta Vittorio Sgarbi, presidente del Mart di Rovereto (e storico collaboratore di queste pagine). Domani apre Caravaggio. Il contemporaneo. In dialogo con Burri e Pasolini (fino al 14 febbraio 2021; catalogo Silvana Editoriale). In mostra il capolavoro di Caravaggio, appunto il Seppellimento di Santa Lucia, opera dipinta nel 1608 per l'altare maggiore della Basilica di Santa Lucia al Sepolcro di Siracusa, attualmente collocata nella Santa Lucia «sbagliata», cioè Santa Lucia alla Badia della città siciliana. Il Mart ha patrocinato il restauro e la ricollocazione in sicurezza del quadro. In cambio, da domani lo espone a Rovereto, proponendo un confronto con dipinti, installazioni e documenti contemporanei. Alberto Burri, dunque, e le foto di Pier Paolo Pasolini, da quelle celebri nella Torre di Chia, scattate da Dino Pedriali, fino a quelle atroci della scena del crimine, il corpo straziato del poeta al centro. Ma ci sono anche Nicola Verlato, il quale da anni progetta un museo-mausoleo dedicato a Pasolini; e poi per affinità e risonanze segrete, Cagnaccio di San Pietro, Nicola Samorì, Luciano Ventrone, Hermann Nitsch, Margherita Manzelli, Gino Marotta, Massimo Siragusa (eccezionali foto del Grande Cretto di Gibellina di Burri) e Andrea Facco. Nel pacchetto «restauro» il Mart ha commissionato a Factum Arte una riproduzione/scansione del Caravaggio. Prima incredibile sorpresa. Quasi nessuno è in grado di distinguere la replica dall'originale (oggi provocatoriamente senza didascalie per sfidare gli esperti). Magari tra vent'anni, quando l'originale sarà invecchiato, al contrario della replica... Il ritratto di Dorian Caravaggio.

E ora cediamo la parola a mr president, Vittorio Sgarbi: «Caravaggio è un artista contemporaneo. Nasce nel 1951 quando Roberto Longhi organizza una celebre esposizione a Milano, restituendo Caravaggio alla storia dopo secoli di sostanziale oblio, durante i quali era considerato moralmente riprovevole». Longhi non era mosso solo dal gusto, non essendo un dilettante ma il sommo critico d'arte del Novecento: «Ovviamente aveva fatto una scoperta decisiva. È Longhi a capire l'importanza capitale della scuola padana, da aggiungere alle due tradizionali, la veneta e la toscana. Il milanese Caravaggio era un testimone perfetto di questa illuminazione critica, almeno per il Seicento». Bene. Pasolini che c'entra? «Sai chi era il professore di Pasolini a Bologna?». Mi viene un sospetto: Roberto Longhi. «Esatto. In Caravaggio, Pasolini vedeva i ragazzi di vita. Li sentiva come fratelli, amici e anche partner. A Roma, lo scrittore praticava la sua omosessualità nel completo anonimato, nelle borgate, con uomini identici a quelli ritratti da Caravaggio secoli prima, nella stessa città. L'Amore vincitore di Caravaggio assomiglia in modo impressionante a Pino Pelosi, l'assassino di Pasolini».

Inizia la visita dell'esposizione. «Osserva la parte superiore del Seppellimento di santa Lucia: non è dipinta. È una macchia che ci inghiotte. Ora girati e guarda il Ferro di Alberto Burri, opera del 1961». Accidenti, si assomigliano. «Entrambi hanno lavorato in Sicilia, il Grande Cretto di Burri è a Gibellina Vecchia, provincia di Trapani. Ora osserva la ferita del collo di Santa Lucia». Vista. «Ora dimmi se nel Ferro non vedi una ferita». Oddio, è vero.

Sgarbi è assediato dalle televisioni, il pubblico prosegue il tour. Un'immagine continua nell'altra, diceva Sgarbi. Verissimo. Non vale solo per Burri. Vale anche per le sconvolgenti fotografie di Pasolini morto. Sopra al cadavere della santa, si erge un muro altissimo, che isola le figure umane. Quello spazio angosciante tra noi e il cielo, che neppure si intuisce, prosegue nel brullo «pratone» in fondo al quale, lontano, minuscolo nell'oscurità della notte, in eterna e irreparabile solitudine, intravediamo il corpo massacrato del poeta. Viene da piangere, sul serio.

Non è solo un legame visivo, queste immagini ci parlano entrambe di martirio. Sulla morte di Pasolini si è detto di tutto, e ancora non è finita, anzi: preparatevi, nei prossimi mesi, ricchissimi dal punto di vista editoriale, a sentirne di ogni tipo.

Niente però è assoluto quanto le fotografie in mostra a Rovereto, che scavalcano sentenze giudiziarie e ipotesi giornalistico-accademiche per andare dritte al cuore del problema, tutto umano. All'inizio di Petrolio, il suo testamento artistico e politico, Pasolini scrive queste parole perentorie, riferite a Carlo, protagonista del romanzo: «Non avrebbe mai accettato di fingere di essere uno se in realtà era spaccato in due. Avrebbe potuto anche lasciarsi ammazzare, pur di essere coerente con questa sua realtà». Pur di essere coerente, Pasolini, che era spaccato in due, lo scrittore e l'avventuriero, l'italiano e il friulano, l'intellettuale e il popolano, il comunista e il conservatore, si lasciò ammazzare davvero.

A volte le cose piccole sono le più belle. Nell'esposizione del Mart ci sono in tutto una ventina di opere, che obbligano però a confrontarsi con i misteri e le domande più inquietanti: cos'è la morte, sicuro, ma anche cosa siamo disposti a rischiare per avere una vita coerente con la nostra vocazione, con i nostri desideri, con il nostro dovere.

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