Cascella, la sapienza delle pietre

Nel centenario dalla nascita si lavora al catalogo generale delle opere del grande scultore

Cascella, la sapienza delle pietre

Al Castello della Verrucola ci si annuncia suonando una campana che rievoca i pascoli montani, e il suono accogliente si spande per le mura altissime della fortezza, fino alla finestrella della cucina ombreggiata dai tigli frondosi che al vento lasciano piovere la polvere dorata dei fiori.

In cima alla scalinata che si arrampica dai viottoli del borgo pietroso, il visitatore entra dall'imponente portone: nell'ingresso una biga antichissima, ferma da secoli, sembra quasi attendere l'ospite per la visita del castello. E nella medievale Sala d'Armi si possono già ammirare i bozzetti dell'artista, in gesso, travertino e bronzo, in una scenografica cornice che appare come un connubio perfetto tra antico e moderno.

In questo angolo delle Apuane, a Fivizzano (Massa Carrara), Pietro Cascella (Pescara, 1921 Pietrasanta, 2008) ha trascorso oltre trent'anni della sua esistenza, accanto alla moglie Cordelia, anch'essa scultrice, oltre che custode della memoria dell'artista, sotto al guida dalla quale stiamo affrontando, grazie alla felice congiuntura del centenario dalla nascita, il Catalogo generale delle opere dello scultore abruzzese, figura centrale, di spicco, nel panorama artistico del Novecento e ancora nel primo decennio del Nuovo Millennio.

Cascella si trasferì in questo maniero negli anni Settanta, deciso a vivere a stretto contatto con la pietra, il materiale che più ha amato nella vita, la pietra forgiata dalla mano dell'uomo, a cominciare dagli stessi erti scalini che conducono alla sua dimora. Parlava di quegli scalini come opere dell'artigianato, e dunque d'arte, nella sua concezione in cui l'esito dell'opera è soltanto l'apice di un minuzioso lavoro corale di abili scalpellini.

Qui, in questa fortezza, ricca di stanze, scale e camminamenti, che all'improvviso conducono a un giardino silenzioso, ombreggiato da piante, dove soffermarsi a leggere e studiare; in questi spazi sapientemente ricavati a ogni uso di una vita di lavoro, è raccolta l'eredità dell'artista. All'ultimo piano, in un meraviglioso sottotetto a capriate, enormi armadi e robusti scaffali addossati alle pareti custodiscono ogni progetto di Pietro Cascella: fotografie, disegni, appunti, agende, l'intero lavoro di una vita spesa con dedizione, generosità e passione quotidiana. Ogni opera racchiude una storia, un vissuto, che solo la moglie Cordelia riesce a dipanare in una memoria inflessibile e globale. Il Catalogo restituirà finalmente al mondo l'opera omnia dell'artista, cosicché in futuro ogni studioso possa indagarne l'originalità e la grandezza.

All'inizio dell'estate in Olanda, negli spazi del museo sul mare «Beelden aan Zee», situato nel distretto di Scheveningen dell'Aia, è stata inaugurata una mostra di Pietro Cascella e Cordelia von den Steinen, che ha suscitato un vastissimo interesse, non solo tra gli addetti ai lavori e tra gli specialisti.

Nel nostro Paese numerose città e anche piccoli centri ospitano le sue grandiose opere in marmo di Carrara e travertino, progettate come «arredi urbani» agiti dal passante in ogni ora della giornata.

L'intera produzione di Cascella è concepita con l'intento di uscire dai confini delle sale museali, compiendo la famosa «fuga» (non a caso una sua scultura è chiamata proprio Fuga dal museo) per trasferirsi a diretto spontaneo contatto con le persone. E non è difficile intuire che «la fuga» pensata dall'artista dia ancora oggi i suoi frutti, dal momento che quando si va nelle sue piazze accade normalmente di ammirare le sue sculture «abitate» da individui di ogni età, testimoni di questa geniale e innovativa concezione del monumento: una parola che nella comune accezione risultava poco gradita all'artista.

Tra i suoi capolavori, entrando nella Sala d'Armi del castello, si nota a colpo d'occhio il bozzetto per il Mausoleo di Villa San Martino ad Arcore. La «Cappella Gentilizia» voluta da Silvio Berlusconi può essere ammirata da un'insolita prospettiva, dall'alto, quasi a permettere la visione di un luogo sacro in grado di rivelare segreti non sempre percettibili nella stupefacente grandiosità dell'insieme.

Si immagina ancora l'artista intento a illustrarne la struttura e i particolari, mentre indica con le sue mani sapienti la suddivisione degli spazi, il percorso e la simbologia, i molteplici elementi che rendono questo mausoleo un'opera d'arte unica al mondo.

E ancora esplorando la Sala del Pilastro, è altrettanto facile che si venga immediatamente catturati dalle grandi madri preistoriche, quelle che Cascella chiamava ironicamente «le sue fidanzate». Il travertino bucato, poroso e allo stesso tempo liscio al tatto, riceve i colpi dello scalpello e ci mostra le forme prorompenti di donne opulente, dalle cosce tonde e avvolgenti, che rimandano alla vita e alla creazione di essa, in una figurazione pura e primordiale.

A Castello della Verrucola il tempo sembra quasi sospeso, tra il frinire dei grilli di notte e il concerto instancabile delle cicale nelle ore più calde del giorno. In questo luogo non esiste inquinamento luminoso, e il cielo notturno si illumina di bagliori, come è ormai così raro ammirare: la volta celeste è punteggiata dalle stelle brillanti, le lucciole volano nell'aria rendendo il buio acceso di lanterne. È un buio che non fa paura, al contrario sembra sussurrare propizio e rassicurante nel pullulare degli astri così vicini e presenti. Si ha l'impressione di percepire un palpabile contatto con l'universo, con il tutto, e di riscoprire per un attimo il legame miracoloso che ci fonde ad esso. Tanto merito possiede l'arte quando avvolge le nostre esistenze.

Pietro Cascella aveva sognato sin da bambino di abitare in un castello, e così aveva scritto sul proprio modo di vivere: «La vita è un sogno: così ha asserito Calderon de la Barca. Per noi gente della Verrucola è un sogno di pietra, solido, compatto, fatto di bella architettura, dove scopri luci, volumi e squarci, dove le piccole segrete stradine del borgo sono simili a solchi scavati nella dura pietra.

La nostra esistenza partecipa a questa storia millenaria traendo salute e nutrimento da questo tempo non tempo, dove la cronaca e l'aneddoto si annullano nel senso perenne che queste muraglie esprimono. Così è che la gente arrivando in questo luogo, se ne diparte a malincuore, proprio perché il ritornare nel farraginoso bailamme della città, è un vano rincorrere una meta dove l'uomo non si riconosce».

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