Cechov ci parla con la voce dello «sconosciuto»

Daniele Abbiati

Una moglie tradisce il marito con un tale. Fin qui tutto bene, tutto normale. Questo tale si prende in casa la suddetta amante, non più di fatto moglie. E qui incominciamo a calpestare un terreno insidioso. Nel frattempo un altro tale, una specie di anarchico, che cosa ha fatto? Sotto le mentite (ma tutto sommato ben vestite) spoglie di cameriere, ha preso servizio in casa del primo tale, il rovinafamiglie, allo scopo di carpire informazioni sul di lui padre, un potente uomo di Stato, e forse anche di farlo fuori. E qui il terreno, da insidioso diventa minato. Infatti la mina scoppia, ma non nel modo sperato dal secondo tale, il rivoluzionario pasticcione.

È quest'ultimo che parla in prima persona, in Racconto di uno sconosciuto, e se colui che gli dà parola, Anton Pavlovic Cechov, fosse ancora il Cechov di dieci anni prima, ci sarebbero tutti i crismi per una frizzante commedia alla francese, quasi un vaudeville, magari con un tocco di «giallo». Invece il dottor Cechov, sempre più malato, già dopo i Racconti variopinti del 1886 ha incominciato a scrivere in bianco e nero, abbandonando il tono leggero e multicolore per dedicarsi al peso, al gravame della vita e alle sue innumerevoli sfumature di grigio. Quindi Racconto di uno sconosciuto, che è del 1893, ora riproposto da Elliot (pagg. 117, euro 13,50, traduzione di Dario Pontuale), è un dramma. Ma pur sempre un dramma alla Cechov, dove le miserie umane della moglie innamorata, dell'amante distratto, del terzo incomodo idealista danno alla fine la somma uguale a zero di un fallimento collettivo. Eppure tutti e tre, a modo loro, sarebbero nel giusto. Zjnaida Fëdorovna obbedisce al comando del cuore; Georgij Ivanyc asseconda la propria indole da figlio di papà con un buon posto, buone letture e buontempo da perdere insieme ai suoi compagni di bisboccia e di avventurette; Stepan, come si fa chiamare Vladimir Ivanovic fra le mura domestiche altrui, è fedele al ruolo di giustiziere in nome del popolo angariato dai parassiti di regime. Il guaio è che deviano dalle rispettive strade, invadendo i campi altrui: Zjnaida capisce di aver fatto un cattivo investimento, nel mettersi con un uomo cinico ed egoista; Georgij capisce di non poter reggere la vita di coppia; Vladimir capisce che la giusta causa, per quanto irrealizzabile, è meglio sostenibile di una relazione (con Zjnaida, ovvio, la quale lo considera, come da copione femminile, soltanto un buon amico) ostacolata da ruoli sociali agli antipodi fra loro.

A vincere, come sempre, è Cechov. In una lettera del 1883, al fratello maggiore Aleksandr, scrittore anch'egli, aveva detto: «Il soggettivismo è cosa tremenda. È un male per il solo fatto che lega mani e piedi al povero autore». Vale a dire che un autore deve impegnare tutto se stesso nell'uscire da se stesso per far parlare gli altri. È questa la ricetta del dottor Cechov.

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