"Ci vogliono perfetti. Ma Leopardi ci insegna a essere fragili"

Nel suo nuovo libro, lo scrittore bestseller si rivolge al grande poeta per parlare del mondo di oggi

"Ci vogliono perfetti. Ma Leopardi ci insegna a essere fragili"

«Ho incontrato Leopardi per la prima volta a 17 anni. Il mio insegnante di Lettere si alzò in piedi e iniziò a recitare tutto il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Un'epifania: ho sentito, in maniera perfetta e bella, tutte le domande che avevo in testa a quell'età. E poi quei due forse finali...» Oggi Alessandro D'Avenia di anni ne ha (quasi) quaranta, è insegnante (al Liceo san Carlo di Milano) e quelle domande le sente ogni giorno dai suoi ragazzi e dalle migliaia che gli scrivono. A Leopardi ha dedicato il suo nuovo libro, scritto in forma di lettere al poeta, L'arte di essere fragili, appena pubblicato da Mondadori come i precedenti (che hanno venduto un milione di copie e sono tradotti in venti Paesi); un testo che diventerà anche uno spettacolo, anzi un «racconto teatrale», in scena dal 15 novembre al Carcano di Milano e poi nel resto d'Italia (l'ingresso è gratuito).

Come mai un libro su Leopardi?

«Leopardi è il primo autore dell'ultimo anno delle superiori. È grandioso cominciare con lui, però c'è sempre una certa reazione nei ragazzi, di fronte a un poeta semplificato come pessimista».

Lo «sfigato»...

«Il mondo non sopporta chi è debole, fragile. Perché abbiamo una paura folle del dolore, così ridiamo di Leopardi, lo mettiamo in un angolo e diciamo: Non sarò mai come lui».

Dobbiamo essere perfetti?

«In quest'epoca ciò che conta sono i risultati, non la persona. Anche a scuola che cosa contano, i programmi da rispettare o le vite dei ragazzi? Non c'è bisogno di rispondere. Coltivare l'umano è faticoso».

È vero che abbiamo perso l'arte di essere felici?

«Mi guardo intorno, sui mezzi pubblici, a scuola, e vedo una disperazione diffusa, nei cuori e negli sguardi. Anche in quelli dei ragazzi. Allora penso che abbiamo dimenticato il fuoco da qualche parte, l'abbiamo restituito agli déi».

Quale fuoco?

«Quello che a Leopardi fece scrivere, a 19 anni, che gli sarebbe sembrato un peccato mortale non diventare subito poeta. E, da allora, gli è bastata una primavera per scrivere L'infinito. Forse ci servono meno fretta e perfezione e uno sguardo più quotidiano. Meno like e più anima».

Dice una cosa terribile, nel libro, che la nostra è l'epoca delle passioni tristi.

«Ma io lo vedo, in classe ho sempre almeno un paio di casi di anoressia. Ricevo tante lettere dai ragazzi, e lo racconto per far sentire la loro solitudine: perché si confidano con me, che in fondo neanche li conosco? Forse perché, da sempre, affronto il tema del dolore».

Chi è il lettore di questo libro?

«Ecco, questo complica i cliché su D'Avenia... Dicono che scriva libri per adolescenti, ma probabilmente chi lo dice non ha mai letto un mio libro. Comunque, il lettore che mi immagino sono io. Diciamo che ho scritto un libro per ciascun anno delle superiori, e questo è il quarto».

Il prossimo?

«L'ho già iniziato. Posso dire che saranno non una, ma più storie d'amore. Quest'ultimo libro su Leopardi lo definirei di ri-bellezza: una ribellione attraverso la bellezza, riportandola nella vita di tutti i giorni».

Gli adulti non ne escono benissimo...

«Dobbiamo ridare ai ragazzi quello che spetta loro: una misura alta, e altra, della vita quotidiana. Io a 17 anni ho deciso di insegnare, certo non un sogno di grande successo. Ma avevo visto morire Padre Puglisi, prof di religione nella mia scuola a Palermo, e fu una sberla. Mi dissi: e tu che fai?»

La scuola che cosa dovrebbe fare?

«L'adolescente è un fiume in piena. Gli servono degli argini, che non sono limiti, ma modi di canalizzare gli slanci per fargli raggiungere il mare. Anche se non si vede. Io sospetto dei prof solo amati: gli insegnanti che ti segnano non sono degli amiconi, dei complici, ma persone che ti sfidano a misurare la tua altezza».

Esistono?

«Certo non si formano verificando solo la quantità di conoscenze che hanno in testa. Dobbiamo formare dei cuori intelligenti, come direbbe Finkielkraut. E la letteratura ci aiuta a unire le dimensioni del cuore e della testa, di solito separate in un'epoca in cui ci sono o cinici, o sentimentali».

A proposito, c'è chi dice sia uno da buoni sentimenti.

«E buttali via... Che leggano i miei libri, quelli che lo dicono. E si chiedano perché riempia un teatro di persone che vogliono ascoltare Leopardi. Sono i fatti che parlano».

Suscita invidia?

«Chi ha successo in Italia è sospetto, è la nostra storia. Ma l'invidia è il più stupido dei vizi capitali: che cosa ti resta dopo, il fegato marcio? Non ho tempo per queste cose. Del resto Leopardi lo chiamavano il ranocchio».

Lei è credente, Leopardi non lo era.

«Però lui lasciava la domanda aperta. Oggi invece la fede è un argomento tabù. Mi viene da ridere. Non è che ho il colera... Per la sua fede ho visto un uomo morire, quindi qualche domanda me la faccio».

Padre Puglisi?

«Dopo averlo ucciso, Salvatore Grigoli si è pentito e ha cambiato vita perché, mentre gli sparava, ha visto Don Pino che gli sorrideva. Quel sorriso per me è un mistero: e non è sentimentalismo, è eroismo».

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