"Il cinema va male? Colpa dei registi: fanno film pallosi"

L'autore di «Ladro di bambini»: vado ogni giorno in sala e capisco perché gli spettatori stanno fuori

"Il cinema va male? Colpa dei registi: fanno film pallosi"

Se glielo chiedessero, Gianni Amelio si metterebbe subito al lavoro. Convinto sostenitore delle serie televisive che, a suo parere, nulla tolgono al cinema, anzi le une si compensano con l'altro, non avrebbe alcun problema a «sporcarsi le mani» con la fiction. Anzi. Non per nulla ha partecipato con entusiasmo a una delle masterclass proposte dal Mia, il mercato internazionale della televisione che si è svolto a Roma, dedicata a creatività e business tra cinema e tv.

Amelio, lei sostiene che in Italia si producono poche serie moderne, non c'è ancora una mentalità industriale. Perché non contribuisce lei per primo?

«Perché non me lo hanno ancora chiesto. Sono a disposizione. Certo ci vorrebbe una storia emozionante, adatta a me, anche qualcosa di forte... Figuriamoci che esiste ancora nei cassetti di Raidue uno sceneggiato che avevo scritto negli anni '70: all'epoca non era stato capito, forse avevo precorso i tempi. E comunque non ho mai avuto preclusioni verso la tv: in passato ho girato molti documentari e film, anche qualche episodio di serie lunghe».

In Italia la serialità moderna è arrivata con Romanzo criminale e Gomorra. Entrambe hanno dovuto passare prima per le sale cinematografiche: è stato necessario per dare un'impronta artistica al percorso televisivo?

«Secondo me nel caso di Romanzo criminale se non ci fosse stato il film, non ci sarebbe stata la serie. Il mercato ha imposto a Riccardo Tozzi della Cattleya di girare il film, poi il mercato stesso ha voluto di più ed è arrivata la fiction. Quindi la dobbiamo smettere con questa rivalità tra i due settori, il cinema si sta evolvendo nella serialità e la serialità buona contiene il cinema».

Insomma il suo è un invito ai grandi registi a contaminarsi? Sorrentino si è appena cimentato con grande successo in The Young Pope...

«Alla Scuola di cinematografia se chiedi agli allievi con chi vorrebbero lavorare non ti rispondono più Moretti o Tarantino, ma... Sollima, il regista televisivo di Romanzo criminale e Gomorra. Ormai in Italia si dovrebbero produrre una decina di titoli, invece si va avanti sempre con gli stessi due o tre..».

Ma qual è la sua serie preferita?

«Senza dubbio Six Feet Under, la serie americana che parla delle vicende che ruotano attorno a un'impresa funebre, ho passato notti intere a gustarmela. Io sono uno spettatore onnivoro: guardo qualsiasi serie in tv, anche le più turpi e imbarazzanti, come qualsiasi film. Vado tutti i giorni al cinema, vedo tutto, e, credetemi, se mi rompo le palle io figuratevi lo spettatore».

Cioè non crede che la crisi del cinema sia dovuta al cambiamento delle abitudini dello spettatore?

«Macché, la gente si rompe le scatole ad andare nelle sale per colpa di noi registi: facciamo troppi film e troppo brutti. Mi fa ridere quella frase usata dal Ministero per finanziare i film: ritenuti di interesse culturale. All'estero ci prendono in giro. Il pubblico c'è: se i film sono belli, le persone corrono a vederli. Bisogna avere amore per il cinema e senso di responsabilità».

Intanto ha appena finito di girare il suo ultimo film La tenerezza con un grande cast, da Elio Germano a Micaela Ramazzotti a Giovanna Mezzogiorno.

«Parla dei rapporti conflittuali tra genitori e figli in una Napoli borghese, non quella delle periferie ed è tratto dal libro La tentazione di essere felice del giovane Lorenzo Marone. Ora è in fase di montaggio, sarà pronto nel 2017».

Mentre è da poco uscito il suo romanzo d'esordio, Politeama, che non è un'autobiografia ma contiene molto del suo vissuto.

«Proprio in questi giorni l'ho presentato in Calabria, la regione dove sono nato e cresciuto (vicino a Catanzaro). Politeama, si sa, è il luogo della città dove avviene lo spettacolo. Racconta l'infanzia di un bambino nel Sud povero degli anni '50, con un padre assente. Io mio padre l'ho conosciuto poco perché era emigrato per lavoro. Ma quel che importa è che è un libro che parla di dignità e riscatto».

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