Un classico "seriale" che ha saputo fondere gotico e moderno

Con la saga "Il cimitero dei libri dimenticati" ha conquistato l'anima di milioni di lettori

Quando quattro anni fa venne in Italia a presentare Il labirinto degli spiriti (Mondadori), che è rimasto il suo ultimo romanzo, Carlos Ruiz Zafón, morto ieri a 55 anni, era felice e riposato. L'autore spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes, che ha venduto 5 milioni di copie dei suoi romanzi (tutti pubblicati da Mondadori e tradotti da Bruno Arpaia) solo in Italia e oltre 38 milioni nel mondo, dove è tradotto in oltre 40 Paesi, sapeva di aver portato a termine l'opera di una vita: «Siete al sicuro, è finita. Il mondo è completo, le quattro porte di ingresso al labirinto sono state create, tutto combacia con tutto, la storia è quella che volevo», ci disse. Si riferiva alla tetralogia per cui è diventato famoso in tutto il globo negli ultimi vent'anni: risale al 2001, infatti, l'uscita del primo volume della saga del «Cimitero dei libri dimenticati», dal titolo L'ombra del vento, che ha reso, se mai ce ne fosse stato bisogno, la città di Barcellona protagonista di una storia impareggiabile, tenuta insieme da memoria e complotti del regime franchista.

Zafón viveva in California da oltre 26 anni. Ci si era trasferito per fare lo sceneggiatore cinematografico a Hollywood. Mestiere ambìto, che però non aveva visto l'ora di abbandonare, poiché scrivere narrativa era davvero tutto quello che voleva fare. Nato a Barcellona, aveva lavorato come pubblicitario prima di tentare, nel 1993, la pubblicazione del suo primo romanzo, Il principe della nebbia, un libro per ragazzi che anche in questo caso si rivelò il primo di una serie, la «Trilogia della nebbia». La sua cifra fu fin dall'inizio quella del thriller letterario, dell'oscurità del mondo contro la luce dell'anima, di immaginazione, magia e fantasy come antidoto alle miserie del male. Fu negli anni dell'esordio che decise di trasferirsi negli Stati Uniti e sempre allora, dopo i primi successi, capì che non gli bastava restare ancorato a un genere, voleva «creare qualcosa di molto speciale».

Fu così che nacquero i quattro volumi della saga e i loro protagonisti: ne L'ombra del vento c'è Julian Carax, lo scrittore che accompagnerà negli anni Quaranta, in una Barcellona distrutta dalla guerra civile, il giovane Daniel tra i pericoli necessari alla formazione del coraggio adulto. E poi apparirà il solitario scrittore David Martín de Il gioco dell'angelo e de Il prigioniero del cielo, in cui arriva anche Fermín, dal mondo dei morti. Nel Labirinto compare una donna, Alicia Gris, che porta Daniel a scoprire il segreto della sua famiglia, il mistero della morte di sua madre. Fu Stephen King, tuttavia, a capire che il personaggio fondamentale della saga era un altro, qualcosa che stava anche nel cuore di Zafón e nei suoi occhi: «Se pensate che il vero romanzo gotico sa morto nell'Ottocento, L'ombra del vento vi farà cambiare idea», disse King in una intervista. Quella trappola colma di cupezza e splendore che è la saga che per tremila pagine tiene inchiodato il lettore, si regge infatti sul tentativo di comprendere il mistero della storia dell'uomo e ancor più il mistero di una nazione. «Per uno spagnolo, la guerra civile è l'evento storico più importante», ci spiegò Zafón. «Era il mondo dei miei genitori, dei miei nonni, uno dei quali è finito in campo di concentramento: io bambino ne ho vissuto gli ultimi fuochi, loro, però, non ne parlavano mai. E questo mi ha intrigato da sempre. Scrivere è anche cercare l'origine, la casa, la culla».

È uno dei motivi per cui il premier spagnolo Pedro Sánchez ha dichiarato ieri: «Ci lascia uno degli autori spagnoli più letti e ammirati al mondo, uno scrittore di riferimento per la nostra epoca». Nelle sue pagine Zafón cercava di rievocare lo spirito di Tolstoj o Dickens, con uno sguardo pragmatico e molto americano al fatto che la letteratura nel tempo è diventata un business, con le sue regole e le sue aspettative di mercato. Diceva, a proposito dei classici, che sono tutti lunghi perché un tempo un libro doveva valere, come i primi kolossal al cinema, il prezzo del biglietto e aggiungeva, a proposito dei suoi volumi monumentali, che un libro deve avere la lunghezza giusta per poter contenere la storia che il suo autore vuole comunicare, senza farsi sottomettere dai desideri delle case editrici (e la sua, la madrilena Planeta, se lo tenne stretto per tutta la carriera): «I libri corposi spaventano editori e lettori. Anche i film lunghi spaventano, tanto è vero che solo i cineasti molto potenti ottengono di poter andare oltre i novanta minuti. Ma il successo non è basato né sulla lunghezza né sulla brevità: il successo si fonda sulla storia».

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