Colin Wilson, il libertino degli anni Sessanta fra sesso, sette e spiriti

Esce l'ultimo volume della trilogia di Gerard Sorme, alter ego (malandrino) dell'autore

Colin Wilson, il libertino degli anni Sessanta fra sesso, sette e spiriti

Porfirio inizia la biografia di Plotino dicendo che egli «si vergognava di essere in un corpo». Non perché il filosofo neoplatonico del III secolo fosse un nichilista, al contrario: la vergogna nasceva dall'aver coscienza che il suo corpo, come tutti i corpi, dipendeva dal resto del mondo. Se qualcuno, dopo Beyond the Robot: The Life and Work of Colin Wilson, di Gary Lachman (2016), volesse scrivere un'altra biografia dell'autore di L'outsider, potrebbe puntare alto e iniziarla parafrasando Porfirio e dicendo che Colin Wilson «si vergognava di scrivere romanzi». Anche Wilson, come Plotino, non era nichilista, al contrario: la sua vergogna nasceva dall'aver coscienza che ogni romanzo, anche se involontariamente, racconta una storia. E le storie, tutte le storie, incluse Guerra e pace o Madame Bovary, a lungo andare se le porta via il vento.

«Ciò che vorrei fare - quello che sento che un giorno sarà possibile fare - è scrivere la nana bianca dei libri, un libro così denso da poterlo leggere cinquanta volte», afferma nella Prefazione al suo L'uomo senza ombra (1963), altrimenti titolato, con sommo disappunto dell'interessato, Il diario sessuale di Gerard Sorme. E, poco più avanti: «Ma quando penso al tipo di romanzo scritto da Dostoevskij e Wells, penso a un'ascia che scalfisce un albero e fa volare i trucioli: non un'evasione dalla realtà o una sua descrizione, ma un attacco ad essa». Wilson dice inoltre di aver fallito, con Riti notturni (1960), il primo romanzo della trilogia di Gerard Sorme di cui L'uomo senza ombra è il seguito, perché considera quel libro un compromesso fra il raccontare una storia e l'esposizione delle proprie idee.

Se uno più uno fa due, due più uno fa tre. Quindi possiamo immaginare come Wilson sotto sotto si sentisse dopo aver scritto il terzo Gerard Sorme, Il dio del labirinto (1970), ora pubblicato per la prima volta in italiano da Carbonio Editore (pagg. 315, euro 17,50, traduzione di Nicola Manuppelli). Sentite che cosa rivela nella Nota finale: « La Setta della Fenice nasce da uno spunto di Jorge Luis Borges (è il titolo di un racconto di Finzioni, ndr). Di fatto, se I parassiti della mente e La pietra filosofale (altri due libri di Wilson, ndr) prendevano in prestito la mitologia di H.P. Lovecraft, si potrebbe dire che il presente libro si basa sulla mitologia di Borges». Non male, come spunto, Borges, cioè chi dell'invenzione, alias finzione s'intendeva come nessuno...

Comunque, archiviata con beneficio d'inventario la sensazione di fastidio nei confronti di sé stesso del Wilson romanziere, dobbiamo dire che in Il dio del labirinto Gerard Sorme, pur conservando i propri tratti distintivi, è cresciuto, non è più l'annoiato trombamiche che sfarfalleggiava tra una ragazza e l'altra, tra ottime letture e visite a belle mostre, tra poche e inaffidabili frequentazioni e l'ambizione di imporsi come scrittore. Si è persino sposato e ha una bambina di tre anni. E come scrittore si è finalmente imposto, proprio con quei Riti notturni e soprattutto con quel Diario sessuale di cui sopra. Insomma, si chiama ancora Gerard Sorme, ma è diventato ufficialmente... Colin Wilson.

Infatti, all'inizio lo troviamo negli Stati Uniti, per un giro di conferenze su poesia, misticismo e via intellettualizzando. La storia, raccontata a posteriori, parte in forma diaristica come il Diario sessuale, ma ben presto la abbandona e prosegue, con ritmi incalzanti e poche soluzioni di continuità, fra Londra e Irlanda. È la lettera ricevuta da un piccolo editore newyorkese a mettere in moto un meccanismo che ha il sapore speziato di un mix fra romanzo d'appendice, libello pornografico, giallo e mystery. L'editore, dicendo di essersi ricordato che la nota introduttiva al Diario sessuale è stata scritta a Moycullen, in Irlanda (falso, è datata Gorran Haven, in Cornovaglia), fa sapere a Sorme che... «Nel libro Memorie di un libertino irlandese, che pubblicheremo in autunno, Esmond Donelly racconta di come abbia sedotto entrambe le figlie illegittime del parroco di Moycullen, padre Riordan» e propone a Sorme di scrivere un libro su quel tale.

Sorme, stuzzicato dalla «coincidenza» (ripetiamo, creata ad arte) che l'ha messo sulle tracce del misterioso personaggio, pur essendo diventato una firma di grido conserva i geni e i costumi del Sorme che già conosciamo, in cui la curiosità sessuale, non disgiunta da un certo grado di morbosità, va di pari passo con il fascino che su di lui esercitano le figure maledette, se non proprio criminali. Così, dopo l'Austin Nunne di Riti notturni e il Caradoc Cunningham del Diario sessuale, ecco un nuovo cattivo soggetto con il quale misurarsi. L'espediente di chiamare in scena uno scrittore-seduttore-filosofo-maniaco-alchimista vissuto fra Sette e Ottocento, amico di Rousseau, disprezzato da Samuel Johnson, apprezzato e forse plagiato da Byron, è, checché ne pensasse Wilson medesimo, ancor più romanzesco ed efficace dei precedenti. L'indagine su Donelly conduce infatti Sorme da un suo discendente masochista e piromane, da altre due pronipoti che della sua antica dimora vogliono fare un museo, da una coppia composta da una virago e da una checca, da una sorta di scuola-comune-bordello new age e, infine, dagli adepti della citata Setta della Fenice. Quasi cooptato dal Gran Maestro della società segreta, Sorme si sdoppia e diventa... Esmond Donelly redivivo.

Come del resto è sua abitudine fare parlandoci per conto di Colin Wilson.

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