Spettacoli

Così il cantante si raccontava negli ultimi anni la spiritualità

«L a vita è una condanna a morte». Bum! Rimbomba come un'esplosione la frase con cui Enzo Jannacci aprì l'ultima intervista concessa a il Giornale. Chiedendogli il perché di questa dichiarazione ribatteva: «Perché la vita è sofferenza, sia perché è faticosa, sia perché alla fine ti attende inesorabile la morte».
Sono le parole di un personaggio unico, colto e al tempo stesso popolare, ironico ma anche malinconico, con il gusto della battuta ma anche con un inatteso carico di beffarda amarezza. Chi non ne conosceva la profondità emotiva lo considerava un clown ma lui sorrideva dicendo: «Il mio brano che amo meno, anche se ha fatto la mia fortuna, è Vengo anch'io no tu no. Mi hanno fatto cantare in modo burattinesco con voce gracchiante». E poi era di sinistra (una sinistra alla Jannacci naturalmente) e quindi, per assioma, non credente. Invece Jannacci, senza confondere il sacro col profano, viveva la fede a modo suo, era dotato di una surreale spiritualità e, per tirare un ultimo scherzo al mondo, se n'è andato di Venerdì Santo. Se da un lato diceva: «Non ho fede perché non ci penso. Forse sono presuntuoso ma non mi pongo il problema se quando morirò andrò in Paradiso. Penso che alla fine uno si addormenti e gli altri piangano» (e oggi, giorno di Pasqua, sono in tantissimi a piangerlo). Dall'altro lato proclamava: «Amo la figura del Nazareno. Gesù è la più grande figura storica di sempre. Lui diceva: “Dio è amore” ma non so se la Chiesa segua sempre i suoi precetti. È morto in croce, ma se scendesse ci prenderebbe tutti a calci nel sedere». Concetto che aveva ribadito durante le polemiche che divisero l'Italia nel caso di Eluana Englaro, la ragazza in coma vegetativo cui fu staccata la spina per volere del padre. «Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto. La figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile l'idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Lo meritiamo, ma avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».
Del resto Jannacci, tra una libagione, un concerto e una serata con gli amici di sempre - da Dario Fo a Giorgio Gaber a Ricky Gianco - da cardiochirurgo ha toccato con mano il dolore della gente. «In chirurgia di emergenza ho visto tanta gente morire. Bisogna stare vicino a chi soffre. Chi viene lasciato solo, nella solitudine e nel dolore muore prima».
Anche al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione del 2009 spiazzò molti dicendo: «La fede è come un innamoramento... Non è semplice da spiegare. Per ognuno l'accadimento è particolare. Ma succede sempre così, un incontro, una scintilla. Ma poi il sentimento va alimentato, e giorno per giorno scopre un amore nella condivisione, nelle cose comuni».
Si schermiva e diceva: «Siamo rimasti solo io e Paoli. Un settuagenario come me è quasi un malato terminale ma ho ancora le mie soddisfazioni: un giorno in tram un ragazzo mi ha chiesto “lei è Jannacci?”, credevo mi prendesse a botte, invece mi ha detto: “lo sa che sull'ipod ho Andava a Rogoredo accanto a Vasco Rossi? Lei è la nostra coscienza”. State freschi, ho pensato».

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