Così i giornalisti chiusero gli occhi sulle Brigate rosse

Negli anni '70 i quotidiani ignorarono i terroristi. Per preconcetto ideologico

Così i giornalisti chiusero gli occhi sulle Brigate rosse

Il Giorno, quotidiano di proprietà pubblica, il 23 febbraio del 1975 sentì il dovere di dare ai suoi lettori la chiave di lettura di un fenomeno che stava diventando sempre più inquietante: le Brigate Rosse. Per farlo, impegnò una delle sue firme più prestigiose: quella di Giorgio Bocca. L'articolo, a pagina 5, aveva un titolo che non lasciava spazio a equivoci: «L'eterna favola delle Brigate Rosse».

«A me queste Brigate Rosse», scriveva Bocca, «fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli ufficiali dei Cc e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene come un'ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla».

Purtroppo, quella delle Br non era una favola. Non interessava solo i bambini scemi o insonnoliti. Non faceva per nulla tenerezza e, soprattutto, non era una storia «vecchia, sgangherata, puerile».

Nel momento in cui Bocca scriveva quel pezzo, le Br avevano già compiuto una serie di azioni delle quali gli italiani erano venuti a conoscenza non leggendo libri di fiabe, ma la cronaca nera dei giornali. La prima impresa brigatista risaliva addirittura a cinque anni prima: il 17 settembre 1970 era stato incendiato il garage di un dirigente della Sit Siemens di Milano. Una cosa da ridere, in confronto alla vera guerriglia rivoluzionaria. Ma da quel momento era cominciata una paurosa escalation.

Il 3 marzo del 1972, sempre a Milano, era stato rapito il dirigente della Siemens Idalgo Macchiarini; il 12 febbraio del '73 altro sequestro: a Torino, del sindacalista della Cisnal Bruno Labate; il 10 dicembre 1973 ancora un rapimento, quello a Torino di Ettore Amerio, capo del personale del settore auto della Fiat.

A conferma che di un'escalation si trattava, e quindi che i bersagli delle Br erano sempre più importanti e difficili da colpire, il 18 aprile del 1974 era stato sequestrato a Genova, e poi a lungo tenuto prigioniero e «processato», il sostituto procuratore della Repubblica Mario Sossi, un magistrato cattolico osservante, considerato dalla sinistra un duro, un intransigente, un conservatore. Insomma, un reazionario.

E a conferma che, nel momento in cui veniva pubblicato il pezzo di Bocca, le Brigate Rosse avevano già fatto capire di non scherzare, il 17 giugno '74 c'era stato il duplice omicidio, a Padova, di due aderenti al Movimento Sociale Italiano: Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. E il 16 ottobre dello stesso anno 1974, a Robbiano di Mediglia, il maresciallo dei carabinieri Felice Maritano era rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con dei brigatisti.

Nel frattempo (9 settembre '74) erano stati arrestati a Pinerolo due capi storici delle Br, Renato Curcio e Alberto Franceschini. Il 20 febbraio '75, cioè tre giorni prima dell'apparizione sul Giorno dell'«eterna favola delle Brigate Rosse», un commando di questa formazione che secondo alcuni non esisteva neppure era riuscito a far evadere Renato Curcio dal carcere di Casale Monferrato.

Com'era dunque possibile che, nonostante tre omicidi, quattro sequestri e un'evasione, Giorgio Bocca scrivesse in quei termini delle Brigate Rosse? C'erano fatti che non potevano essere ignorati. Ma la risposta è contenuta nello stesso articolo «L'eterna favola delle Brigate Rosse». Giorgio Bocca spiegava che le prove raccolte su questi tupamaros italiani erano talmente ridicole da non poter essere prese sul serio: «Questi brigatisti rossi», si legge in quell'articolo, «hanno un loro cupio dissolvi, vogliono essere incriminati a ogni costo, conservano i loro covi, le prove di accusa come dei cimeli, come dei musei. Sull'auto di Curcio, al momento dell'arresto, vengono trovati dei documenti, delle cartine; in un covo, intatto, c'è, si dice, la cella in legno in cui era prigioniero Sossi... E, naturalmente, bandiere con stelle a punte irregolari». (...)

Giorgio Bocca faceva notare, sempre in quell'articolo, che ai magistrati e alla polizia aveva «fatto parecchie pubbliche domande sulle incongruenze, quasi divertenti, di questi guerriglieri, senza ricevere né sdegnate smentite né spiegazioni convincenti». E allora, che cos'erano queste Br? «Una cosa è certa», scriveva Bocca, «le vigilie elettorali hanno per queste Brigate Rosse un effetto da flauto magico, due o tre note e saltano fuori nello stesso modo rocambolesco in cui sono scomparse». Il pezzo, come un processo, finiva con un verdetto: «Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra».

Questo si leggeva, nel 1975, su un giornale considerato «borghese».

Anni dopo, Giorgio Bocca fece pubblica autocritica, ammettendo di «non aver capito niente» del terrorismo rosso.

Ma va detto che sia lui personalmente, sia Il Giorno non erano certo eccezioni nel panorama della stampa italiana. Erano anzi la regola. Da quando le bombe, gli omicidi, gli attentati, gli scontri di piazza avevano avvelenato la politica e non solo la politica del Paese, i mass media erano entrati in un tunnel.

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