Così un violinista irriverente diventò una rockstar maledetta

Per sfuggire al destino, cercò rifugio nell'amore e negli eccessi. Ma niente poté allontanarlo dal suo strumento

«Paganini, il primo violino d'Italia è in questo momento un giovane di trentacinque anni dagli occhi neri e penetranti e la capigliatura folta. Quest'anima ardente non è giunta al suo sublime talento con otto anni di pazienza, e di conservatorio, ma per un errore dell'Amore che, si dice, lo fece gettare in carcere per lunghi anni. Solitario e abbandonato in una prigionia che poteva finire col patibolo, non gli restava, fra i ceppi, che il suo violino. Egli imparò a tradurre la sua anima in suoni e le lunghe sere di cattività gli diedero il tempo di essere perfetto in questo linguaggio».

Queste parole cariche di pathos vennero scritte da Stendhal nel 1824 e trovarono posto all'interno della sua biografia di un altro grande italiano, e caro amico di Niccolò Paganini (1782-1840): Gioacchino Rossini. Peccato solo che quello che ci riporta il grande romanziere francese sia, come diremmo oggi, una fake news, una delle tante che contribuirono a diffondere in tutta Europa la leggenda nera del grande musicista genovese: leggenda sapientemente creata alcuni anni prima proprio dallo stesso Paganini.

Per comprendere il fenomeno Paganini, il virtuoso violinista che rivoluzionò la musica concertistica «tradizionale» trasformandola in uno spettacolo popolare per molti versi simile ai grandi eventi rock della fine del secolo scorso, bisogna tornare indietro ai primi anni della sua giovinezza, decisivi non solo per Paganini, ma anche per l'Italia che, durante l'invasione napoleonica, stava rapidamente cambiando pelle. Figlio di un ligaballe del porto di Genova, dopo un'infanzia passata a studiare la chitarra e il violino sotto la ferrea disciplina impostagli dal padre, musicista dilettante che pare avesse scaricato sul figlio tutte le sue ambizioni represse, il giovane Paganini si ritrovò a girare per le corti del nord Italia armato di un talento ancora immaturo e un desiderio innato di scandalizzare gli ultimi fantasmi di un mondo che Napoleone Bonaparte aveva spazzato via per sempre.

Sicché, quando nel 1805, all'età di ventitré anni, diventò primo violino e virtuoso da camera alla corte di Elisa Bonaparte Baciocchi, principessa di Lucca e Piombino e futura granduchessa di Toscana, Paganini si era già creato la fama di genio ribelle, sregolato e giacobino. Infatti, proprio nella cittadina toscana, quattro anni prima, il genovese aveva fatto parlare di sé, a causa della sua irriverente performance nella chiesa di San Martino, in occasione della festa della Santa Croce, durante la quale, dopo il Kyrie, si era esibito in una serie di virtuosismi al violino, imitando il canto degli uccelli, il suono del flauto e del trombone, e trasformando così la festa sacra in un'opera buffa, come ci riporta un testimone inorridito. Alla corte di Elisa, che, oltre a essere una donna attraente e di spiccata intelligenza, era una delle sorelle di Napoleone, Paganini ebbe modo di conoscere da vicino la nuova aristocrazia europea e di confermare la sua cattiva fama diventando l'amante della principessa e di innumerevoli altre donne di varia estrazione sociale, fra le quali la misteriosa Eleonora Quilici, la sorella della sua affittacamere.

Lucca divenne così il suo trampolino di lancio: la città in cui il suo genio ebbe modo di svilupparsi, ma anche il luogo in cui si avvicinò all'esoterismo, in voga negli ambienti aristocratici di quegli anni, ed entrò nella massoneria, una scelta questa che avrebbe influito non poco nel corso della sua carriera. Le sue sregolatezze lo fecero presto cadere dalle grazie della principessa Bonaparte, ma gli permisero di entrare in quelle di un'altra sorella di Napoleone, dalla fama dissoluta pari, se non superiore, a quella del violinista: Paolina Borghese. Con il suo talento, le conoscenze altolocate, il rispettabile passato allineato alle istanze rivoluzionarie e un talento sovrumano, Paganini, all'età di ventisei anni aveva tutte le carte in regola per andare alla conquista dell'Europa, e di conseguenza del mondo. Ma l'Europa, e il mondo, non erano ancora pronti a riceverlo, troppo distratti dalla guerra permanente che Napoleone aveva dichiarato al vecchio ordine aristocratico. Paganini intuì, primo fra tutti, che se un musicista del suo talento fosse voluto sopravvivere al nuovo ordine, non avrebbe potuto legarsi alle sorti dell'aristocrazia, neppure quella bonapartista, ma guardare alla nuova classe sociale uscita vincitrice dal terremoto cominciato nel 1789: la borghesia. I suoi interlocutori presto non sarebbero più state le corti, o la Chiesa, ma gli editori musicali e il pubblico che pagava il biglietto dei suoi spettacoli.

Fu così che Paganini smise gli abiti del musicista di corte, e indossò quelli del violinista professionista. Era nata la prima rockstar.

Con un editore e un impresario alle spalle, decise di consolidare il suo mito al di sotto delle Alpi e cominciò una serie di tour in giro per l'Italia durante i quali gettò le basi per la sua immortalità. I suoi concerti divennero eventi per i quali la nuova gioventù era disposta a stare in coda davanti ai teatri, durante i quali si raccontava che le donne si denudassero davanti al palco sul quale si esibiva, in cui il virtuosismo al violino e le sue pregevolissime composizioni venivano implementate da una coreografia spettacolare, fatta di luci e ombre, e di trucchi scenici come quello che faceva sì che le corde del suo Guarneri saltassero una dopo l'altra mentre le suonava. Gli eccessi sul palco proseguivano in altre forme anche dopo i concerti. Serate dissolute a base di alcool e sostanze stupefacenti, amori mercenari, talvolta proibiti, come quello per Angiolina Cavanna, che lo portò a passare otto giorni (non alcuni anni, come scrisse Stendhal) nella Torre di Genova, dopo che il padre di lei lo aveva denunciato per aver rapito la figlia diciasettenne. Paganini sembrava quindi in grado di avere un effetto stupefacente sulle donne, come ci testimonia Mary Shelley che doveva averlo sentito suonare durante il suo soggiorno in Italia, nel 1818: «Paganini mi ha gettato in crisi isteriche. Mi diletta di lui più di quanto possa esprimere la sua selvaggia eterea figura, lo sguardo rapito e i suoni che trae dal suo strumento sono tutti sovrumani». Queste sregolatezze erotiche gli procurarono la sifilide che fu causa del progressivo e ineluttabile decadimento fisico che trasformò il titano romantico nel suo corrispettivo gotico: il musicista del Diavolo.

I primi sintomi della malattia lo colsero negli anni seguenti alla Restaurazione, quando l'esperienza giacobina e bonapartista era solo un ricordo. La sua fama era ormai consolidata in tutta la penisola, specialmente dopo che il violinista aveva trionfato in una gara di virtuosismo con il campione di Francia, il kreuzeriano Georg Lafont: uno scontro memorabile fra due scuole che aveva visto una vittoria ai punti del genovese, infiammando l'orgoglio italiano che da lì a pochi decenni avrebbe portato alla costruzione dell'unità nazionale. Una volta che gli venne diagnosticato il mal francese, Paganini decise di sottoporsi a un trattamento aggressivo a base di mercurio che lo menomò nel fisico, cancellando gli ultimi segni della sua avvenenza giovanile, ma non il suo insaziabile appetito sessuale. Fece così di necessità virtù, e da consumato showman, trasformò il suo aspetto sfigurato nella maschera demoniaca che avrebbe messo in scena fino alla sua morte, avvenuta all'età di cinquantotto anni.

Ne Le notti fiorentine, Heinrich Heine, il grande poeta tedesco che aveva visto un concerto di Paganini ad Amburgo, scrisse: «Indossava una redingote grigio-scura, che gli scendeva fino ai talloni, il che faceva sembrare il suo corpo altissimo. La lunga capigliatura scura gli cadeva sulle spalle in ciuffi attorcigliati, formando una specie di cornice nera attorno al volto pallido e cadaverico, in cui il dolore, il genio e l'inferno avevano stampato le loro stimmate».

Complimenti questi che, ne siamo certi, farebbero impazzire ogni moderno virtuoso della chitarra elettrica.

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