Craxi redivivo grazie a Francesco Favino nell' "Hammamet" di Gianni Amelio

Ritratto intimo, romanzato e mai ossequioso di un leader caduto in disgrazia e prossimo alla fine. Un film che poggia interamente sulla performance stupefacente dell'attore protagonista.

Uscito in oltre quattrocento copie, "Hammamet" di Gianni Amelio racconta gli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi, contumace nella sua villa-rifugio in Tunisia.
Il film, arrivato a quasi vent'anni dalla morte del suo protagonista (l'anniversario sarà il prossimo 19 Gennaio), si astiene dal formulare qualsiasi giudizio di natura storica e politica. Non ci troviamo di fronte ad un'opera celebrativa o riabilitativa, bensì al viaggio nei tormenti di un ex-potente prossimo alla fine del suo cammino esistenziale. Girato nella vera residenza di Craxi a Hammamet, il film di Amelio non si schiera, limitandosi a narrare il crepuscolo di un'epoca attraverso quello che ne fu un simbolo.
In veste politica vediamo Craxi soltanto nel prologo, prima dei titoli di testa, impegnato durante il 45° congresso socialista all'ex Ansaldo di Milano. Dopo di che Amelio ci catapulta nel 1994, anno dell'auto-esilio o latitanza (argomento controverso) con cui l'ex-leader del partito socialista si sottrasse alle condanne di corruzione e finanziamento illecito al partito.
"Hammamet" è un film in cui i nomi sono evitati, una scelta elegante e piena di significato: Craxi è semplicemente "il Presidente", la figlia Stefania (Livia Rossi) è Anita (omaggio a Garibaldi, un mito per Craxi). La narrazione è romanzata, a tratti shakespeariana e riporta episodi veri ma si avvale anche di alcuni personaggi di fantasia, come quello di Fausto (il poco convincente Luca Filippi), inventato a tavolino dal regista e dal suo co-sceneggiatore, Alberto Taraglio, per scopi drammaturgici. Il ragazzo, ambiguo e inquietante, è il figlio di un compagno di partito suicidatosi a seguito di Tangentopoli, ma la sua non sarà l'unica visita in arrivo ad Hammamet, dove vedremo anche un vecchio avversario politico (Renato Carpentieri) e l'ultima amante storica (Claudia Gerini).
Craxi è raffigurato come uno spirito inquieto, ostaggio di un orgoglio cocciuto, restio ad ammettere di aver commesso errori così come ad accettare di difendersi dentro un tribunale anziché soltanto in Parlamento. Servito e riverito ma anche rancoroso e claudicante, con una gamba che rischia di andare in cancrena per il diabete, il re nudo e tragico dipinto da Amelio sembra avere momenti d'entusiasmo solo davanti a un piatto di pasta. Debolezze, fantasmi interiori e contraddizioni sono in primo piano e restituiscono la sofferenza di chi, per conservare una parvenza di libertà, si condannò a quella che fu comunque una prigionia.

L'attrattiva del film risiede quasi interamente nell'interpretazione monumentale di Pierfrancesco Favino. La sua è un'autentica mimesi vocale e gestuale. Il trucco prostetico frutto ogni giorno di cinque ore di lavoro è notevole, ma non sarebbe bastato a far rivivere Craxi se realizzato su qualcuno che non fosse anche in grado di appropriarsi del respiro, della camminata e dei convincimenti profondi di questa discussa figura. Ad appesantire la visione, invece, è una parte conclusiva, prolissa e stancante, in cui vengono inanellati più finali, uno meno riuscito dell'altro, in una deriva parzialmente onirica e non necessaria.
Il film di Amelio non intende risarcire il politico Craxi, ma semplicemente contrastare la lunga rimozione collettiva di cui è stato oggetto negli ultimi vent'anni.
L'importante pagina di storia italiana che egli contribuì, nel bene e nel male, a scrivere, resta soltanto sullo sfondo, forse per mancanza di coraggio, forse per un senso di rispetto nei confronti di un essere umano che non si intende giudicare, bensì osservare da vicino, attraverso uno sguardo filiale e pieno di pietas, in quella che fu la stagione finale e più dura della sua vita.