Due volte Blanchett, fa l'antifemminista e sta fra i "senza stato"

L'attrice sarà in due miniserie tv: una sulle battaglie di Phyllis Schlafly e una sui migranti

Con i cinema chiusi Cate Blanchett non poteva scegliere momento migliore per riavvicinarsi alla televisione, mezzo con cui si era fatta conoscere a inizio carriera, in Australia, ma che aveva presto abbandonato per perseguire la sua brillante carriera cinematografica.

Due sono le miniserie che la riavvicinano al piccolo schermo, entrambe ispirate a storie vere: l'australiana Stateless e la statunitense Mrs. America che uscirà ad aprile su FX e che racconta la storia del movimento femminista americano negli anni Settanta e della sua più ferma oppositrice, Phyllis Schlafly, interpretata dalla Blanchett appunto. Invece Stateless, «senza stato», in sei puntate tratterà il tema dell'immigrazione attraverso l'intersecarsi di quattro vite in un centro di detenzione per immigrati in Australia. La Blanchett interpreta una donna che con la famiglia fugge dalle grinfie di una setta religiosa. «Con la televisione tutto è cominciato e ora credo sia il momento giusto per tornare» dice l'attrice australiana, riferendosi alle serie tv in cui ha recitato a inizio carriera: Heartland, Bordertown e Police Rescue, tutte prodotte dall'emittente australiana Abc, negli anni Novanta.

In Mrs. America, creata dall'autore di Mad Men Dahvi Waller, la Blanchett, che del progetto è anche produttrice esecutiva, interpreta un personaggio controverso, quello dell'attivista repubblicana Phyllis Schlafly, strenua oppositrice delle cause delle femministe. In particolare la Schlafly si batté ferocemente ed ebbe successo contro l'approvazione dell'Equal Rights Amendment (Era), l'emendamento con cui il movimento femminista chiedeva la garanzia costituzionale di eguali diritti per tutti gli americani, senza la distinzione del sesso. Schlafly fondò il gruppo «Stop the Era» e arrivò persino a creare un'organizzazione politica, «The Moral Majority», vicina al partito repubblicano e alla destra cristiana, che sosteneva le sue idee, fondate sulla presunzione che il movimento femminista, con le sue pretese di uguaglianza, avrebbe sottratto alle donne il diritto di poter dipendere dal marito e di potersi occupare a tempo pieno della casa e della famiglia. La controparte in questa battaglia fra donne è rappresentata sul piccolo schermo da Rose Byrne che interpreta la femminista Gloria Steinem, Tracey Ullman che veste i panni di Betty Friedan, da Uzo Aduba che è Shirley Chisholm la prima donna di colore eletta al congresso americano, da Margo Martindale (Bella Abzug) e da Elizabeth Banks che interpreta Jill Ruckelshaus. È davvero una battaglia violenta quella raccontata in Mrs. America, da parte di queste donne così diverse e così determinate: «Fu proprio il suo estremismo dice l'attrice a danneggiare Phyllis Schlafly quando, una decina di anni dopo, avrebbe potuto entrare a fare parte del gabinetto del Presidente Reagan. La abbiamo soprannominata la distruttrice originale. Fece in modo che le donne non entrassero nell'esercito, era convinta che la loro presenza lo avrebbe indebolito e nella sua testa creò un nesso fra la causa femminista e il pensiero comunista. È incredibile quanto appassionata e determinata fosse quella donna per una causa che io ritengo sbagliata. Erano tempi incredibili».

Il tema dell'immigrazione è invece al centro di Stateless. «È ambientata in Australia ma è davvero un tema universale dice l'attrice, anche in questo caso produttrice attraverso la sua Dirty Films, e creatrice del progetto e al suo centro ci sono quattro storie umane molto diverse: quella di una assistente di volo ossessionata dalla danza, quella di una famiglia afghana in fuga dalla persecuzione, un'altra di un operaio che cerca di migliorare la sua vita e infine quella di una burocrate accusata di corruzione. Le loro vite si incroceranno in un centro per la detenzione degli immigrati nel deserto australiano».

Per la Blanchett è importante raccontare storie su temi di attualità come quello dei flussi migratori. «Credo che il mondo abbia difficoltà ad accettare che le situazioni non sono tutte bianche o nere. Gli immigrati non sono tutti buoni o tutti cattivi e credo che uno dei compiti dell'arte sia mostrare tutte le zone grigie che ci sono fra gli estremi».

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