Ecco il Marx colonialista e razzista

Elogi a Usa e Inghilterra che hanno piegato i "pigri" messicani e i "barbari" indiani

La furia iconoclastica che in nome dell'antirazzismo abbatte le statue di mezzo mondo sembra avere sin qui risparmiato le figure simbolo del comunismo, quasi a voler dire che l'ideologia antirazzista, anticolonialista e antisuprematista è una sola: il marxismo.

E se questi rivoluzionari iniziassero a studiare e pensare autonomamente e sapessero che Karl Marx e Friedrich Engels, i padri fondatori del comunismo e ispiratori dell'internazionale socialista erano razzisti almeno quanto i loro contemporanei presi oggi di mira? E se sapessero che anche gli autori del Manifesto del partito comunista, vera e propria bibbia dell'ideologia marxista, legittimarono, al pari di molti altri intellettuali nordeuropei del loro tempo, la causa del colonialismo e della supremazia bianca? Che ne sarebbe delle loro statue?

È indubbio che essendo l'opera di Marx ed Engels tutta incentrata sulla storia dell'uomo e della società, abbia rappresentato la prima e coerente valutazione organica dei fattori principali che stanno alla base dell'evoluzione socio-economica dell'Occidente. Ciò, tuttavia, non impedisce una seria riflessione sulla presunta funzione svolta in chiave anti-razzista da quella che fu una dottrina europea, e quindi occidentale. La rivisitazione critica dei loro testi dimostra che quella dottrina è ben lungi dall'essere presentata come l'unico quadro di idea e azione rivoluzionarie in grado di fornire al mondo dei neri gli strumenti ideologici per una sua emancipazione. Alcune sottolineature di Marx ed Engels sulla inferiorità dei neri e altre razze al cospetto di quella bianca assumono un'importanza cruciale nel processo di rivalutazione dell'utilità del marxismo ai fini di una possibile soluzione di problemi per i quali, in realtà, questa dottrina ha risposte tutt'altro che rassicuranti.

Marx credeva nelle differenze razziali, non solo per gli epiteti meschini e a sfondo razzista con cui bollava gli avversari politici, ma anche per certe posizioni teoriche espresse chiaramente nelle sue opere. L'elenco delle indelebili tracce di razzismo marxiano è stato autorevolmente redatto e discusso in ricerche approfondite, datate ma ancora insuperate, come quelle di Mandell M. Bober, autore di Karl Marx's Interpretation of History (Harvard University Press, Cambridge, 1927), di Demetrio Boersner, The Bolsheviks and the National and Colonial Question 1917-1928 (Minard, Paris, 1957), di Hélène d'Encausse e Stuart Schram, Marxism and Asia (Allen Lane Penguin Press, London, 1969), di Carlos Moore, Were Marx and Engels White Racists? The Prolet-Aryan Outlook of Marx and Engels (Institute of Positive Education, Chicago 1972) e altre, peraltro mai tradotte in lingua italiana, per varie ragioni, in gran parte legate alla egemonia comunista, esercitata nel mondo editoriale e culturale e alle conseguenti strategie inquisitorie e censorie dei suoi rappresentanti ufficiali.

In nessuno scritto di Marx, tanto per cominciare, è rinvenibile una qualche opposizione alle teorie della supremazia bianca. Al contrario, la differenza da lui più di una volta enfatizzata tra epoche, paesi e popoli «civili» e «incivili», a partire da Per la critica dell'Economia Politica (1859), tradisce la convinzione di Marx circa una dicotomia di ordine razziale esistente fra gli uomini. Nel Capitale egli parla addirittura dell'esistenza di «caratteristiche razziali innate» come agenti di sviluppo sociale da accertarsi attraverso «un'attenta analisi». Emblematico, da questo punto di vista, è l'atteggiamento di Marx nei confronti della guerra Usa-Messico del 1846-48, la prima grande avventura imperialista americana, che si concluse nel febbraio del 1848 con l'insediamento a Guadalupe-Hidalgo, in seguito al quale i messicani furono costretti ad accettare l'annessione statunitense dell'Arizona, del New Mexico, del Texas e della California, come ricco bottino della politica espansionistica a stelle e strisce. Il primo atto dell'imperialismo statunitense venne salutato da Marx come un «evento civilizzatore sulla strada del progresso universale»; in fondo, gli «energici Yankees», che per lui erano una «razza» assomigliante «agli ebrei», avrebbero portato avanti un rapido sfruttamento delle miniere d'oro californiane e degli abitanti delle zone conquistate, e avrebbero aperto il Pacifico alla civiltà, cosa che i «pigri messicani» erano naturalmente incapaci di fare.

Nel bilancio dell'attività del 1847, pubblicato su Deutsche-Brüsseler-Zeitung, nel gennaio 1848, la posizione ufficiale del marxismo venne espressa con queste parole: «Siamo stati spettatori della conquista del Messico e ne abbiamo gioito. È un progresso per un Paese che fino ad oggi si è occupato esclusivamente di se stesso, dilaniato da eterne guerre civili e alieno a qualsiasi forma di sviluppo (...). Nell'interesse del proprio sviluppo in futuro esso verrà posto sotto la tutela degli Stati Uniti. E nell'interesse di tutta l'America gli Stati Uniti, grazie alla conquista della California, raggiungeranno la padronanza dell'Oceano Pacifico».

In un articolo apparso sul New York Daily Tribune nell'agosto 1853, dal titolo «La dominazione britannica in India», Marx rivelò candidamente di non essere in grado di riconoscere la storia come tale nel mondo non bianco, con queste parole: «Come poté la supremazia inglese imporsi in India? (...) Tale Paese e tale società non erano preda predestinata della conquista? (...) Così l'India non poteva sfuggire al destino di essere conquistata, e tutta la sua storia, se tale è stata, è la storia delle tante conquiste che ha subito. La società indiana non ha storia o almeno non ha una storia conosciuta. Quello che si considera come una sua storia non è che la storia di intrusi che, uno dietro l'altro, hanno fondato imperi sulla base di una società passiva e immutabile. Così il problema non è se gli inglesi avessero il diritto di conquistare l'India, ma se sia preferibile un'India conquistata dai turchi, dai persiani o dai russi all'India conquistata dai britannici. L'Inghilterra ha il dovere di compiere una doppia missione in India, una distruttiva, l'altra rigeneratrice: demolire l'antica società asiatica e porre le basi materiali della società occidentale in Asia (...). Gli inglesi furono i primi conquistatori superiori e perciò impermeabili alla civiltà indù (...). In un giorno non lontano, per via della mescolanza di ferrovie e piroscafi, la distanza fra l'Inghilterra e l'India, misurata in termini di tempo, si ridurrà a otto giorni, per cui quel Paese un tempo leggendario diverrà parte del mondo occidentale».

Dunque, se non fosse stato per l'intervento occidentale e per la superiorità britannica, il popolo indiano, peraltro descritto da Marx come afflitto da un «languore innato», e l'intero Oriente, «dove la civiltà era troppo rudimentale», sarebbero stati condannati a un'esistenza «stagnante» e «vegetativa» a causa di quello che in Rivoluzione in Cina e Europa (1853) egli chiamò il loro «barbaro isolamento ermetico dal mondo civile». A questo proposito, il suo commento elogiativo sulla conquista dell'India da parte degli inglesi, tratto da «La dominazione britannica in India», è forse ancora più illuminante. Con riferimento alle comunità dell'Indostan, Marx infatti scrisse: «Non bisogna dimenticare che tali piccole comunità sono segnate dalla divisione in caste e dalla schiavitù, che assoggettavano l'uomo alle circostanze esterne, anziché farne il sovrano delle circostanze stesse, e trasformavano uno stato sociale in un moto inerziale, in un destino naturale immutabile, che sta alla base di un volgare culto della natura, il cui avvilimento si esprime nel fatto che l'uomo, sovrano della natura, si prostri e adori Hanuman la scimmia e Sabbala la vacca. È vero: l'Inghilterra ha causato una rivoluzione sociale nell'Indostan mossa dagli interessi più vili, realizzandoli nel modo più stupido. Ma non è questo il problema. Il problema è: può l'umanità compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti sociali dell'Asia? Se la risposta è no, checché abbia fatto di criminale l'Inghilterra, è stato lo strumento inconscio della storia a provocare una simile rivoluzione».

Dinanzi a una siffatta liquidazione sbrigativa di razze e culture diverse da quelle bianche nord-europee non è difficile immaginare quale fosse la concezione di Marx dei neri in generale, non solo di quelli dell'India. Il suo attacco razzista contro Ferdinand Lassalle, un rivale socialista tedesco, di origini non proprio ariane, non ha bisogno di interpretazioni. In una lettera a Engels del luglio 1862, Marx, riferendosi proprio a Lasalle, afferma: «Vedo con perfetta chiarezza che egli, come dimostrano anche la conformazione della sua testa e la chioma, discende dai negri che si unirono all'esodo di Mosè in Egitto (a meno che poi sua madre o sua nonna paterna non si sia incrociata con un negro)».

(1. Continua)

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