"Tra le foreste vergini si può ancora ascoltare il sussurro del mondo"

L'autore premio Pulitzer parla del suo romanzo ispirato alle piante (anche nella struttura)

Se fosse un albero, Richard Powers sarebbe forse una betulla, lungo lungo e magro com'è, con la chioma a caschetto che ricorda però un acero, e il sorriso aperto e socievole, benché, in realtà, viva praticamente in isolamento sulle Great Smoky Mountain degli Appalachi del Sud, al confine fra Tennessee e North Carolina. Qui, in un paesino di 440 abitanti («437 votano Trump, tre sono i messicani che gestiscono il ristorante»), Powers ha preso casa, circondato dagli ultimi scampoli della foresta vergine americana, e ci vive «da solo». Questo è successo in corso d'opera, mentre già stava scrivendo, da un paio d'anni, The Overstory, il romanzo (tradotto in italiano con il titolo Il sussurro del mondo da La nave di Teseo, pagg. 658, euro 22) che gli è valso il Premio Pulitzer 2019 e che presenta in Italia in occasione della Milanesiana. Un romanzo che ha nove protagonisti umani, e numerosi altri protagonisti vegetali, dai castagni ai frassini, dalle sequoie alle querce, e che, fra umani e non umani, stabilisce interconnessioni profonde come radici, convergenti come un tronco, contorte come rami e ricche come semi, in una complessità di linguaggio e di trama che trova il culmine in un personaggio centrale, Patty-la-Pianta, scienziata ribelle che scopre che le piante comunicano fra loro. Anche se, all'inizio, nessuno le crede.

Richard Powers, come è nata l'idea del romanzo?

«Dall'Illinois mi ero trasferito in California per insegnare a Stanford, che è il cuore della Silicon Valley: i laureati di questa università sono quelli che hanno creato Google, Apple, Intel, Hewlett Packard. Sono coloro che hanno plasmato il presente e che disegnano il nostro futuro. Io insegnavo lì».

E com'è andata?

«Intorno a me c'era superottimismo sul futuro, queste persone sono convinte che vivremo sempre più a lungo e che la tecnologia possa curare tutto. Per me vivere lì era oppressivo. Così, per sfuggire al futuro, sono andato indietro, sulle montagne di Santa Cruz: una volta, quando gli europei sbarcarono in America, erano ricoperte di sequoie, ma poi le piante sono state tutte tagliate, per costruire San Francisco e Stanford. Però, camminando per le montagne, ho visto ancora una di quelle vecchie sequoie».

Che albero era?

«Largo come questa hall, alto cento metri. Ho capito tre cose. Primo: tutte quelle montagne erano ricoperte di creature del genere. Secondo: la Silicon Valley era laggiù, perché lassù c'erano quegli alberi. Ho capito che c'era un legame tra quelle creature e ciò che noi siamo capaci di fare, perché non riusciamo a farlo da soli, dipendiamo da loro».

Terzo?

«Ero stupefatto. Non avevo idea di quello che la natura potesse fare: quella pianta era cinque volte una balena. Ho capito che non avevo mai prestato attenzione, non avevo mai preso seriamente le possibilità di un albero e lo avevo sempre considerato qualcosa di inerte, puramente estetico».

E che cosa ha fatto?

«Ho iniziato a leggere di tutto, su ciò che era successo a quelle sequoie, e poi alle foreste vergini del mondo, le quali, ho scoperto, sono state tagliate per il 98 per cento. Cioè ne resta solo il due per cento. E da lì, beh, avevo una storia: era drammatica, ed era attuale, perché l'amministrazione Trump ha aperto i parchi nazionali all'estrazione e allo sfruttamento e, in tre anni, ha vanificato i risultati di sessant'anni di politiche ambientali».

Quanto si è preparato per scrivere questo libro?

«Ho letto centoventi libri sugli alberi, per me è diventata una ossessione. Ho impiegato sei anni per scrivere il libro e moltissimo per trovare il titolo giusto: ne ho suggeriti almeno cento al mio editore».

Ha fatto ricerca sul campo?

«Sì. Volevo vedere le ultime foreste vergini, sugli Appalachi meridionali. Non sono più riuscito a togliermi quel luogo dalla mente e, così, ho comprato una casa e ora vivo lì, da solo. Questo libro mi ha cambiato la vita».

C'è un legame fra isolamento e scrittura?

«Non necessariamente. È il mio dodicesimo romanzo e gli altri undici li ho scritti in situazioni di maggiore contatto umano... Però questo libro riguardava così tanto la riconnessione fra umano e non umano che strutturare le mie giornate immerso nella natura è stato un buon modo per scriverlo».

Come si connettono le storie degli uomini e le storie degli alberi?

«Non si connettono, perché non sono mai state separate. Siamo geneticamente contigui con le piante: come si dice, tu e l'albero nel tuo cortile condividete il 25 per cento del Dna. Vicino alle sequoie ho capito che ci raccontiamo come esseri autodeterminati e autopoietici ma, in realtà, non potremmo fare niente senza le altre creature. Se non ci fossero gli alberi non ci sarebbe alcuna civiltà. Così ho capito un'altra cosa».

Quale?

«La maggior parte della letteratura mondiale ha avuto nelle sue storie protagonisti non umani ed è solo nell'ultimo secolo, in America, che le cose sono cambiate. Dobbiamo tornare a raccontare storie di come noi e i nostri vicini siamo tutt'uno».

La struttura e il linguaggio del libro sono in qualche modo come un albero, forse anche una foresta. Lo ha concepito così fin da subito?

«Sarebbe stato molto comodo... Ho messo insieme le varie parti molte volte finché, lasciando le storie dei nove personaggi come singoli racconti a sé stanti, come una antologia, ho visto come costituissero le radici e come iniziassero a convergere in un tronco e poi a dispiegarsi in una chioma; e così alla fine ho pensato: ok, ho un albero. Sarebbe stata un'idea brillante, ma è stata solo fortuna».

Ha studiato fisica e ha lavorato come programmatore. La sua mentalità scientifica l'ha influenzata?

«Mi ha aperto molti mondi. Neelay, il programmatore di videogiochi, può sembrare un personaggio non necessario, ma per me lui è parte della storia d'America, perché nel nostro futuro ci sarà un altro protagonista non umano: l'intelligenza artificiale. Questo libro riguarda l'ampliamento delle storie al non umano e quindi, oggi, bisogna comprendere anche le macchine. La connessione lega alberi, umani e tutto ciò che le persone stanno facendo e portando nel mondo».

Avrebbe voluto fare lo scienziato?

«Sì, da giovane. Non so se sarei stato bravo. Di sicuro un lavoro tecnologico avrebbe potuto farlo qualcun altro, ma nessuno avrebbe potuto scrivere questo libro, proprio questo, tranne me...»

E il prossimo?

«Sto lavorando, anche se sono troppo in giro. Continuare questo non sarebbe male: una storia diversa, ma lo stesso ecosistema».