"Da Gogol a Cechov. La letteratura russa è nata fra i demoni"

L'autore si confronta ancora una volta con il Male curando un'antologia "diabolica"

"Da Gogol a Cechov. La letteratura russa è nata fra i demoni"

«È una curatela, ma la vivo come un'opera mia che non ho scritto» dice Andrea Tarabbia, che per ilSaggiatore «seleziona e monta noti e ignoti, comunque fantasmagorici, Racconti di demoni russi, da Cechov a Bulgakov», come recita il dorso del volume (pagg. 474, euro 19) che, con le Satire di Ludovico Ariosto, a cura di Ermanno Cavazzoni, inaugura la collana dei «nuovi classici», ovvero classici della letteratura introdotti al lettore contemporaneo da dei «padrini, che hanno il punto di vista dello scrittore, non dell'accademico». Da Il demone a Beslan a Madrigale senza suono su Gesualdo da Venosa, assassino e compositore, con cui ha vinto il Campiello nel 2019, passando per Il giardino delle mosche sul mostro di Rostov, Tarabbia con il male si è molto confrontato. E ora, non a caso, si occupa di demoni.

Chi sono questi demoni?

«Per definire i demoni della letteratura russa non basta l'elemento fantastico. Ci sono presenze demoniache, ma c'è anche un ragionamento su giusto e sbagliato, su bene e male, sulla complessità dei rapporti umani. Perciò c'è una divisione netta tra i folletti e i diavoli da una parte e, dall'altra, i matti, i violenti e tutte le possibili declinazioni del termine demonio».

Prima parte: «demoni immaginari», da Puskin a Bulgakov, da Gogol a Sologub; seconda: «demoni reali», da Dostoevskij a Cechov, da Andreev a Platonov.

«Questa definizione dà forma alla letteratura russa, che nasce con Il demone di Lermontov e i folletti di Gogol ma prosegue con la concretezza di Dostoevskij e il realismo di Cechov».

E l'«epilogo in musica»?

«È la Storia del soldato di Stravinskij, il cui libretto fu scritto in francese da uno svizzero, e musicato da un russo che già viveva in Occidente e detestava la Russia, insomma è un po' una forzatura, ma Stravinskij era il protagonista di Madrigale senza suono, e c'era il demone...».

La musica è «l'arte più diabolica»?

«Così si dice. Fin dal Medioevo, alcune combinazioni di note erano vietate, perché considerate diabolus in musica. Turbavano l'animo».

Lei è un po' ossessionato dal male e dai demoni?

«Il principio con cui mi avvicino a questi temi non è: andiamo a vedere chi ha commesso il male, come ha fatto, le sue ragioni... O meglio, non solo, bensì l'idea che esistano figure, nella storia e nella realtà, per cui compiere il male verso qualcun altro sia normale quanto fare il bene per noi; che poi è un modo per ragionare sulla complessità».

Perché proprio questo?

«Ho un dubbio: quando mando a quel paese qualcuno al semaforo, ho dentro lo stesso tipo di rabbia di quello che spara? E allora indago la rabbia portata all'estremo perché, per capire le cose, le devi vedere all'estremo».

Il male ispira l'arte?

«Sì, c'è questo legame. Nel libro su Gesualdo da Venosa la domanda è: come fai a piantare il coltello nel cuore della donna amata e poi cantare dell'amore perduto, comporre i madrigali più belli della tua epoca? Questo avviene nel momento in cui il Rinascimento finisce».

C'è un nesso?

«Gesualdo, come Cikatilo nel Giardino delle mosche, commette il male in un'epoca in cui il mondo in cui si riconosceva stava morendo. Cikatilo, comunista convinto, inizia a uccidere nel '78, con Breznev e diventa ancora più feroce durante la Perestrojka e il crollo dell'Urss».

Al cuore del libro c'è l'incontro di Ivan Karamazov con il diavolo.

«C'è un momento in cui si riconosce che il Male fa parte di noi, come le dieci dita delle mani; però in questa scena, a differenza di altre scene madri in cui Dostoevskij è tragico, c'è anche una componente grottesca, c'è il senso del ridicolo. Ivan è quasi deluso, perché in questo male vede volgarità e piccineria, non grandiosità».

Il diavolo è anche quello del Faust, che mette in dubbio le certezze e spinge a conoscere sempre di più?

«In Lermontov, il demone mette in dubbio la cattedrale di certezze dell'uomo russo in nome della creazione artistica e della conoscenza; però lo fa per il suo tornaconto, non gli importa che l'uomo si liberi...».

La conclusione è la conoscenza portata all'eccesso di Platonov?

«Si inizia con l'angelo del dubbio e si finisce col demone della certezza, quello della conoscenza sovietica. Il risultato è la definitiva perdizione, l'uomo che si autoconsuma nel dubbio o nell'eccesso di potenza e di scientificità».

Gli stessi due demoni dell'Occidente di oggi?

«Bisognerebbe ripubblicare Fëdorov e la sua Filosofia della causa comune, su cui si basa tutta la fantascienza russa e per il quale lo scopo della scienza non è una vita più comoda, bensì farci sconfiggere la morte, anche attraverso un progetto di colonizzazione spaziale. È quello che vuol fare Elon Musk. Chi pensava queste cose allora era considerato diabolico...»

Gli scrittori che hanno guardato il male più da vicino?

«I russi in questa antologia più o meno tutti, forse Sologub e Saltykov-Scedrin un po' di più. Nella letteratura occidentale ci sono dei testi matrice da cui tutti attingono quando si parla di bene e di male: Milton, Shakespeare, Cervantes, il Faust di Goethe, Moby Dick, e ovviamente Dante...».

C'è un legame fra i grandi classici e il male?

«C'è una famiglia di testi capitali, della letteratura e delle lingue nazionali, che affonda lì le proprie radici: la letteratura è nata con un piede dentro questo discorso. Si vede anche in quella russa, che è giovane».

Fino a quale limite ci si può spingere a raccontare il male?

«Fino a quando non sento di perdere il rispetto per le vittime: nel Demone a Beslan racconto dal punto di vista sbagliato, quello di chi ha ucciso, ma racconto per loro, per le vittime».

Cita Cechov: «Se un autore descrive uno psicopatico, questo non significa che sia malato lui stesso».

«Ma sa quanta gente dopo avermi incontrato mi dice: Ah, ma non sei un violento? Perché sai, ti metti nella testa di uno che ha fatto quelle cose.... Ma pensate che chi scrive gialli uccida la gente, o che Dante sia stato all'Inferno? È la differenza fra la letteratura e il reportage».

Quale?

«La trasfigurazione. Puoi essere uno scarafaggio per sessanta pagine, ma non è che poi hai le zampette. Ed è questo un tema della nostra epoca, dove sembra che si possa scrivere solo per riportare la propria esperienza personale... Ma noi prima leggiamo la Metamorfosi, poi leggiamo del brutto rapporto di Kafka con il genitore nella Lettera al padre: prima c'è la bellezza della letteratura, poi c'è il trauma vero».

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