I fratelli Goncourt e l'arte della "Civile indiscrezione"

Nell'antologia di Vito Sorbello le pagine migliori (cioè le più caustiche e pettegole) del celebre "Journal"

I fratelli Goncourt e l'arte della "Civile indiscrezione"

La miglior rivincita che Edmond e Jules de Goncourt si presero sull'Ottocento da cui non si sentivano compresi e sul Novecento da cui temevano di essere dimenticati, è il premio letterario che ne porta il nome, ancora oggi il più prestigioso di Francia, quello che si vince una volta sola, ma resta per sempre. L'idea fu di Edmond, sopravvissuto alla morte del fratello «siamese», tanto i due si assomigliavano da cominciare l'uno la frase che l'altro poi terminava, da avere persino la stessa amante in comodato d'uso. La ebbe via via che ogni morte letteraria gli faceva constatare la vanità della fama cui era legata: «1894. Un giovane autore di due, tre articoletti al nome di Flaubert pronunciato da qualcuno dei commensali dice: Lo onoro a malapena del mio disprezzo». La ebbe via via che la mole sterminata del Journal di cui era rimasto l'unico estensore lo confermava nell'idea che per «i mortali del XX secolo questa storia intima delle lettere durata più di quarant'anni» fosse una sorta di testamento letterario privato e insieme collettivo: un lascito Goncourt, insomma, dove il nome del defunto era tutt'uno con quello dell'epoca in cui era vissuto.

Delle migliaia di pagine che compongono i sette volumi dell'edizione integrale del Journal, Vito Sorbello, che è lo specialista principe dell'opera dei Goncourt, e non solo (si vedano gli epistolari da lui curati di Stendhal, di Rimbaud, di Flaubert-Sand...), trae ora questa raccolta dal titolo La civile indiscrezione (Aragno, pagg. 499, euro 30), una sorta di dizionario in senso cronologico, dal 1851 al 1896, il cui motto può essere così riassunto: Dire male degli altri, soprattutto di amici e parenti, è la più grande ricreazione mai scoperta dell'uomo sociale. Cos'è la società? Un'associazione di maldicenza. Ovvero, e ancora: Niente lega due persone quanto il dir male di una terza. Forse il più grande vincolo della società.

Negli anni Trenta del Ventesimo secolo, in Bagatelle per un massacro, Céline si ritrovò a osservare che i «bebé complicati Goncourt» potevano «occupare ancora perfettamente tutte le classifiche e tutti i concorsi». Bastava «freudizzarli con un po' di cura», ma i risultati erano gli stessi, Giraudoux nient'altro che «un Pet-Proust», «Paul dei Cimiteri Valéry» nient'altro che un Jules Romains eccetera. In sostanza, la civiltà letteraria era rimasta la stessa: «Bubbole, giochetti, baedekerie e buco del culo. Solita sciacquatura di piatti. Non vedo niente in queste stronzate che possa veramente appassionarmi... risvegliare una vera mosca, una mosca viva, una mosca che vola... la causa mi sembra evidente. Rinascimento, naturalismo, oggettivismo, surrealismo, perfetta progressione verso il Robot. Ci siamo dentro. Tutte queste storie, questi stili, queste pose, queste grazie, vengono dalle teste e dalle scuole... Mai dal di dentro... Letteratura contemporanea, calamitoso cadente catafalco, colante carogna, letteratura insomma ben più morta della morte, infinitamente...».

Céline aveva ragione e torto insieme e del resto basta vedere i nomi-bersaglio da lui scelti per capire il perché di una simile invettiva novecentesca con annessa chiamata di correo per l'Ottocento di Maurras, di Barrès, di Bergson... Ma il XIX secolo dei Goncourt era più complesso e complicato delle estremizzazioni céliniane, Baudelaire e Verlaine e Rimbaud, Flaubert e Gautier e Zola, Balzac, Maupassant e Dumas e insomma la società borghese che aveva soppiantato definitivamente l'aristocrazia, ma con l'Impero di Napoleone III non faceva che scimmiottarne i costumi, il popolo e insieme la plebe come nuovo soggetto romanzesco e di analisi, la censura come baluardo della morale e del costume. Reazionari nell'indole, naturalisti nella scrittura, i Goncourt si trovavano a dover descrivere una società molto più in crisi di nervi, nella sua traballante legittimità stabilita all'indomani della Rivoluzione borghese del 1848, rispetto a ciò contro cui si sarebbe rivoltato Céline. Come nota Sorbello, «quella dei Goncourt è una società di suscettibili. Dalla principessa Mathilde al più oscuro dei giornalisti, tutti sempre pronti ad andare su tutte le furie per un nonnulla, a indignarsi in ogni momento. Quanti scontri, quante strette di mano negate o accordate nel salotto della principessa Mathilde, sorta di camera di compensazione tra la letteratura e il potere imperiale». Come notano i Goncourt, è anche una società faticosa: «In un salotto parigino è necessario logorare la seta delle poltrone per coglierne l'anima: si riesce a mettere a nudo i suoi frequentatori, a comprenderli solo dopo molti anni»...

A leggere La civile indiscrezione, è anche e soprattutto una società sessualmente epilettica, quasi in uno stato di perenne erezione, dove le amanti e gli amanti sono all'ordine del giorno, le prodezze e le sconcezze erotiche il principale argomento di conversazione, la sifilide il male più comune. Il libertinismo settecentesco è divenuto una cloaca e il marchese de Sade sonnecchia anche nel panettiere di rue de Rivoli. Il giorno dei funerali di Victor Hugo è preceduto «da una notte di veglia desolata di popolo» in cui si consuma «un'enorme copula. Tutte le puttane in congedo coitavano con chiunque incontrassero sui prati degli Champs-Elysées - accoppiamenti repubblicani che la buona polizia ha rispettato». Nei bordelli, «tutte le Fantines», così ribattezzate nel nome della povera vittima dei Miserabili, «esercitano con le pudende circondate da un crespo nero, la fica a lutto». Rispetto alle cosiddette biografie ufficiali, ipocrite e mendaci «appena un uomo mette mano alla penna», La civile indiscrezione dei Goncourt rivendica la verità della «biografia parlata, quella che ha la libertà, la crudezza, la maldicenza, l'entusiasmo sincero della conversazione intima. È la biografia che abbiamo tentato, in questo Journal, dei nostri contemporanei».

Ecco allora Sainte-Beuve colto nel suo ruolo di «origliante di bidè, l'uomo che sotto i letti prende appunti per le sue memorie»; ecco Flaubert, «un uomo che ha delle vanità persino con se stesso»; ecco Zola che «assomiglia a quei cani che, mentre rosicchiano un osso, tengono la zampa su un altro»; ecco Verlaine che, «colto da un feroce accesso di sadismo», cerca di marchiare con un attizzatoio le nude braccia velate di merletto nero di una ragazza... Nel nome di un positivismo naturalista, i Goncourt tracciano paragoni suggestivi: Renan ha «una testa d'animale, tra il porco e l'elefante», George Sand è «una sfinge ruminante, una vacca Api», Barrès «una testa d'uccello impagliato»...

Gusti e disgusti, pregiudizi, giudizi sbagliati e osservazioni illuminanti fanno di La civile indiscrezione anche un'esemplare cronaca mondana: succede quando il Journal accelera il ritmo delle sue uscite in volume e quindi non è più solo o tanto memoria del passato. In questo, i Goncourt sono un po' il Dagospia del loro tempo. La differenza, non da poco, è che il pettegolezzo lì riguarda Baudelaire o de Montesquiou, mentre qui, siamo ridotti, bene che vada, alla Ferragni, male che vada a Scanzi.

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