I musei non attirano i giovani perché sono "pensati" da vecchi

Non è questione di soldi. Non è vero che i diciottenni non frequentano i musei perché troppo cari (costano meno di una pizza, all'incirca come un cinema o un aperitivo). Non ci vanno in quanto li considerano poco attrattivi, vetusti e mal comunicati. Il dato, l'ennesimo di segno negativo, emerge dai dati Istat ripresi in un recente articolo di Federico Giannini sul portale Finestre sull'arte: oltre il 50% di diciottenni e diciannovenni non visitano in un anno neppure un museo, cifra che sale a circa il 65% per i venti-venticinquenni che non hanno più neanche la scusa delle gite scolastiche. Il trend si inverte con il progressivo invecchiamento, confermando ancora una volta che il museo piace soprattutto alla popolazione adulta, per non dire anziana. Cifre allarmanti a proposito del nostro «bisogno di cultura». Non c'è governo, in effetti, che non tenti politiche atte a intercettare un nuovo pubblico: aperture differenziate, sconti, gratuità. Eppure non basta. Né si può far leva sulla cosiddetta didattica, che nei musei italiani è ancora una parola d'ordine anche se poi si limita a folti gruppi di studenti letteralmente trascinati nelle sale, sulle cui facce è visibile il totale disinteresse. Smanettano il telefono e non vedono l'ora di andarsene in giro, altroché Uffizi. Eppure qualcosa bisognerà inventarsi, perché lo zoccolo duro di resistenti ultra 50enni va fisiologicamente esaurendosi. Si parla di musei mal comunicati, scarsa o nulla presenza sui social, di immagine non in linea con i nostri tempi così veloci e distratti.

Fosse solo quello, basterebbe investire nei social media, postare i quadri su Instagram, inventarsi qualche App particolarmente innovativa. Aiuterebbe, certo, ma fosse quella la soluzione del problema qualcuno ci sarebbe già arrivato. Che virtuale e interattivo siano linguaggi oggi più praticati è un dato di fatto, però occhio all'obsolescenza tecnologica che fa invecchiare rapidamente i sistemi più sofisticati. È dimostrato, inoltre, che tra una tela autentica di Caravaggio e la sua riproduzione, per quanto supersofisticata, vince sempre la prima ipotesi. Chiunque è spinto a spostarsi per avere di fronte a sé l'icona, il feticcio e non un simulacro. Nessuno è in grado di risolvere un problema se prima non se ne conoscono le cause. Dato per scontato che il nostro Paese abbia meno motivazioni culturali rispetto a 50 anni fa, a differenza di altri popoli oggi più vogliosi di imparare, andrei a esaminare il modo di esporre le collezioni e di curare le mostre, affidate a ottimi esperti però vecchi, capaci di parlare solo per un pubblico già consolidato. La ricetta per portare i millennials al museo non ce l'ho, però comincerei a studiare il caso dall'interno, ipotizzando letture più fluide e meno respingenti del patrimonio. Che peraltro è unico al mondo, impensabile non farlo funzionare.

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