Il film del weekend è "Thor: Ragnarok"

Il terzo capitolo della saga dedicata al Dio del Tuono è un luna park sgargiante in cui non c'è posto per epica o introspezione. Il modello è ormai "I guardiani della galassia"

Thor, Il Dio del Tuono, torna al cinema nell'ultimo capitolo della trilogia dedicatagli. "Thor: Ragnarok", questo il titolo del film, rispetto ai precedenti vira da subito verso la commedia, bandendo completamente ogni traccia di pathos ed epica. Dimenticato l'approccio shakesperiano di Branagh, regista della pellicola d'esordio, la terza ha come tratto distintivo l'ironia scanzonata e, grazie a colori sgargianti, colonna sonora rock e particolari kitsch da primi anni 80, richiama l'opera più sopra le righe di casa Marvel: "I Guardiani della Galassia".

Il taglio fumettistico portato dal regista Taika Waititi, però, sembra appiattire il film su una comicità sbilanciata e talvolta forzata. Pur conciliando una certa fedeltà al nucleo originale e una cifra stilistica camaleontica, "Thor: Ragnarok" appare un miscuglio non del tutto omogeneo in cui a farla da padrone è un umorismo da autoparodia. Spogliato di ogni autorevolezza, il Dio è nudo.

La vicenda vede Thor (Chris Hemsworth) imprigionato su un pianeta governato da un Gran Maestro (Jeff Goldblum), quando il suo popolo, dall'altra parte dell'universo, si trova ad affrontare il ritorno di Hela (Cate Blanchett), la dea della morte. Incombe il pericolo che si compia la profezia legata al Ragnarok, ossia la distruzione della civiltà di Asgard.

Nonostante i rischi apocalittici di annientamento totale, il tono del racconto è all'insegna del disimpegno e della risata. Siamo in un blockbuster scacciapensieri in cui, tra scontri ed esplosioni, l'attenzione è sempre su bizzarrie e uscite dagli schemi.

Anche se la Marvel sul tono leggero ha impostato gran parte del suo successo e nei film precedenti dedicati al Dio del Tuono un certo retrogusto farsesco era già presente, stavolta
si toccano vette trash inusitate. Hulk finisce a fare da spalla comica al protagonista, Loki ha rimasugli di carisma sempre meno evidenti in quello che è un percorso verso la caricatura, mentre convincono la Valchiria cinica, disillusa e riciclatasi mercenaria cui dà il volto Tessa Thompson e il solito Odino, un sir Antony Horpkins giunto a fine contratto.

Per quanto riguarda la cattiva della storia, una simil-Malefica disneyana interpretata dalla sempre perfetta Cate Blanchett, non ha speranza di inquietare davvero, inserita com'è in un'action-comedy dall'estetica coloratissima.

Difficile ricordare una trilogia dal tono più incoerente.

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