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L'antisemitismo torna con tutta la sua rabbia

Un'aggressione gratuita, vile, figlia di un clima culturale che soltanto pochi anni fa sarebbe apparso inaccettabile nel cuore di una città europea come la nostra

L'antisemitismo torna con tutta la sua rabbia

Gentile direttore Feltri,
se c'è qualcosa che mi ha sempre fatto orrore è quello che l'antisemitismo ha prodotto nel corso dei secoli e che, poi, nel XX secolo, ha assunto la forma tremenda che conosciamo con il nazifascismo. Negli ultimi mesi una deriva antiebraica, carica di odio e luoghi comuni, sembra essere tornato con forza anche in Europa, dove dovremmo aver costruito, in decenni di riflessione, tutti gli anticorpi necessari perché questo non accadesse mai più. Due giovani turisti argentini di religione ebraica sono stati circondati da una decina di ragazzi di origine nordafricana e aggrediti a Milano solo perché indossavano la kippah. Come è possibile che si sia tornati a questo punto?

Francesco Agostini

Caro Francesco,
Milano, piazzale Siena: due giovani turisti ebrei, riconoscibili dalla kippah che portano sul capo, finiscono vittime di insulti antisemiti e di pugni da parte di un gruppo di ragazzini nordafricani. Un'aggressione gratuita, vile, figlia di un clima culturale che soltanto pochi anni fa sarebbe apparso inaccettabile nel cuore di una città europea come la nostra. Se questa fosse un'eccezione isolata, la si potrebbe liquidare come un fatto di cronaca deplorevole ma occasionale. Invece no: siamo di fronte a un fenomeno in piena espansione, a una marcia dell'odio che sta trasformando parole in aggressioni, stereotipi in violenza, pregiudizi in ferite aperte nella convivenza civile. Perché parlare di antisemitismo oggi non è un vezzo da intellettuali nostalgici. È un'urgenza. Le statistiche, del resto, parlano chiaro. Secondo il rapporto 2025 dell'Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC, in Italia sono stati segnalati 963 episodi antiebraici nell'ultimo anno, di cui oltre 300 aggressioni reali, non semplici offese su internet, ma atti concreti, in carne e ossa, e oltre 600 insulti, minacce e intimidazioni online. Il dato non è una flessione: è una curva in costante crescita. Dal 2022 al 2025 gli episodi sono più che quadruplicati. È un trend inequivocabile. Il quadro è allarmante non soltanto per i numeri, ma soprattutto per la logica che li anima. Non si tratta di ritorno delle tenebre o di qualche rimasuglio di ignoranza ancestrale. La dinamica attuale è ben più subdola, radicata e, per certi versi, perfino socialmente accettata: è una forma di antisemitismo mascherato da critica politica, addirittura da pacifismo, spesso veicolato dalla narrativa anti-Israele che circola con facilità nei social, nei cortei, nei dibattiti accademici e nei salotti radical chic.

La sinistra, sia quella politica che intellettuale, ha un ruolo non marginale in questa deriva. Non parlo di chi condanna apertamente ogni forma di odio e discriminazione. Parlo invece di quella parte dell'opinione pubblica che, per ragioni ideologiche, ha smesso di distinguere tra critica legittima a determinate politiche di uno Stato e attacco indiscriminato nei confronti di un popolo, di una identità, di una religione. Parlo di chi ha fatto proprie narrazioni che trasformano l'ebraismo in un bersaglio morale.

Quello che accade, e che abbiamo visto esplicitamente a Milano, è la trasposizione di pregiudizi geopolitici su persone reali, innocenti, in carne ed ossa. Due ragazzi in visita non sono macchine di propaganda. Due ragazzi con la kippah non sono simboli politici. Sono esseri umani. E il fatto che vengano aggrediti per il loro aspetto religioso dice molto più di qualsiasi slogan scritto su un muro. La narrativa anti-Israele funge da vettore per pregiudizi antiebraici non perché chi la esprime sia necessariamente un fanatico o un violento, ma perché spesso non viene accompagnata da un'analisi storica o morale. Diventa rumore di fondo, percepita come permesso implicito per vedere l'altro come nemico. Quando questa percezione si scontra con un volto umano, come quello dei due turisti, la società civile si scopre vulnerabile. Ecco il punto dolente: non è solo rabbia cieca, degenerazione sociale o disagio individuale. È piuttosto la normalizzazione culturale dell'odio, favorita oggi dalla sinistra. È la facilità con cui si accetta, si giustifica, si relativizza un insulto, una frase offensiva, un'idea bigotta. Si comincia con parole, poi si passa alle mani. Ed è sempre così, nella storia dell'odio. In tutto questo, il ruolo della politica dovrebbe essere chiaro e inequivocabile: difendere la libertà di tutti, senza se e senza ma. Senza utilizzare la vecchia scusa del contesto internazionale o della geopolitica per giustificare atteggiamenti che nella loro manifestazione concreta non hanno nulla a che vedere con il contesto di provenienza. Un insulto antisemita è un insulto antisemita, ovunque accada. Un'aggressione a due turisti è violenza, a prescindere dalle giustificazioni. Le istituzioni devono reagire. Ma prima ancora dobbiamo reagire come comunità civile. Dobbiamo ricostruire un senso di rispetto reciproco, di conoscenza storica, di consapevolezza che l'odio non è mai opinione neutrale, ma preludio alla violenza. Dobbiamo far capire a chiunque che le persone non si riducono a simboli da combattere, ma che ogni volto è un essere umano con una storia, una dignità, una famiglia. Il tempo dei mezzi termini è finito. L'antisemitismo non è una discussione astratta da salotti accademici. È una minaccia alla tenuta morale di una società aperta e democratica. E chi pensa che sia solo disagio sociale o critica politica sottovaluta il veleno che si insinua nei cuori e nelle menti. Quando due giovani vengono insultati e colpiti soltanto perché portano un segno della loro fede, non è solo il loro corpo che viene ferito, è la nostra coscienza collettiva che viene messa a rischio.

È il nostro patto civile che si incrina. E allora la domanda non è più: Perché accade?. Questo lo sappiamo ormai. La domanda che dobbiamo porci è: Cosa stiamo facendo perché non accada ancora?. Nulla. Non stiamo facendo assolutamente nulla.

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