L’INTERVISTA MARIA GRAZIA CUCINOTTA

Sale a 39° la temperatura della Cucinotta, pronta per il trasloco in Laguna, dove la Maria Grazia nazionale, siciliana dentro e fuori, sarà madrina della 66esima Mostra del cinema, con l’intento di ricomporre il magma rovente d’una pretesa disunità italiana. Tra sottotitoli in dialetto friulano (come nel Barbarossa di Renzo Martinelli) e sottotitoli in dialetto siciliano (è il caso di Baaria di Giuseppe Tornatore), qua si rischia di far torto a Garibaldi e non soltanto sul grande schermo. «Ho la febbre da stress», sibila l’attrice e produttrice, praticamente afona da quando ha capito la fatalità del suo appuntamento con Venezia, quindici anni dopo il debutto (nel film di Michael Redford Il postino a fianco di Massimo Troisi) e a quarant’anni appena compiuti. «Solo a quest’età diventi donna e sai come muoverti», dice.
Con quale spirito farà da madrina alla Mostra del cinema?
«Con grande felicità. Ritornare a Venezia, il mio primo trampolino di lancio, è un grande onore. Si tratta d’un punto di arrivo e di partenza. Non finirò mai di ringraziare Marco Müller per avermi offerto questa occasione».
Sembra che il cinema italiano la tenga a distanza. Una volta lamentò che non la facevano lavorare, per via del fisico troppo prorompente...
«È vero e non ho mai capito perché... Non rispecchio il loro tipo di donna ideale, forse. È per questi pregiudizi del nostro cinema, tutt’altro che meritocratico, che lavoro di più all’estero. Dove mi amano per come sono, dalla Cina all’Argentina. Chi si ferma all’apparenza è uno stupido: impossibile cambiargli la testa. Tra l’altro, il nostro cinema è troppo politicizzato».
A proposito di politica: come vede l’uso dei dialetti in un Paese dove si discute ancora di «questione meridionale»?
«Premesso che porterò la mia Sicilia a Venezia, che tributa diversi omaggi alla mia isola, a partire dal kolossal di Tornatore, l’unico a diffondere in senso positivo l’immagine di Trinacria nel mondo, credo si debba, innanzitutto, imparare a parlare l’italiano».
Trova che l’italiano sia poco noto nel Bel Paese?
«Da noi il vero problema è parlare tutti la stessa lingua. Io provengo da una famiglia umile e ricordo che a casa parlavamo in dialetto. Però il dialetto non ti porta da nessuna parte. Ancora oggi, in Sicilia, non molti conoscono l’italiano».
Ha qualche ricordo preciso della parlata di casa Cucinotta?
«Il suono delle parole, che ti entra dentro. Il dialetto mi ricorda la famiglia. Mio padre, che per la prima volta mi nominava il mondo. E la mia infanzia, piena di odori buoni».
È vero che farà un film in Cina?
«Sì. Sono stata giurata al Festival di Shanghai e da lì è nata l’idea di una coproduzione tra Italia e Cina, la prima del genere. Ho cominciato a scrivere una commedia romantica, che spero porti un po’ d’Italia in Cina. E un po’ di Cina in Italia».
A settembre uscirà in Spagna «Floras negras», un giallo di David Carreras nel quale per la prima volta sarà un’anima nera... Si ritrova nei panni della «dark lady»?
«Ho scoperto che, nel ruolo di Martha, tra spie della Ddr e agenti sovietici, mi trovavo a mio agio. È stato gratificante scoprire un’altra corda, nel mio modo di recitare. Floras negras parla dei “fiori neri” spuntati all’ombra del regime sovietico».
Allora, vede che il cinema non può fare a meno di raccontare la politica?
«C’è modo e modo, però. Dopo Venezia, girerò Un giorno nella vita, un film sugli ultimi anni di Palmiro Togliatti, ma in chiave di commedia agrodolce. Si tratta d’un film indipendente, girato dal documentarista Giuseppe Papasso e ambientata a Melfi negli anni Sessanta. I veri protagonisti, però, saranno i bambini. E il sogno del cinema. Una specie di Nuovo Cinema Paradiso, insomma... Perché il cinema diverte, fa sognare. La politica no».
Come produttrice di «Viola di mare» (dal 16 settembre al cinema, ndr) che narra la passione tra due donne, si schiera per la diversità?
«Mi schiero per il diritto ad amare chi si vuole».

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