Leonardo Donà, il doge che sfidò il Papa

Un saggio racconta l'uomo che cercò di salvare l'autonomia di Venezia

Leonardo Donà, il doge che sfidò il Papa

A volte la grandezza e la caduta si sfiorano. Accadde alla Serenissima nel corso del Cinquecento. Agli inizi del secolo Venezia era una potenza di prima grandezza. Gli effetti dello spostamento del baricentro economico sulle rotte oceaniche non si faceva ancora sentire. La città era animata da una libertà artistica e di costumi che nessun altro luogo dell'occidente cristiano poteva vantare. Per rendersene conto basta appoggiare lì qualche nome: Tiziano, Tintoretto, Palladio, Manuzio il padre della rivoluzione umanistica a stampa. Persino una cortigiana come Veronica Franco era in grado di rivelarsi una intellettuale di portata europea (1546-1591).

Ma il fasto veneziano e la libertà avevano ormai il fiato corto. Il Turco non era più disposto a negoziare per il dominio del Mediterraneo, era pronto alla guerra. Gli organi della Repubblica in perpetuo contrasto tra loro, la nobiltà ormai in fuga dai rischiosi commerci in mare e propensa a investire sulla terra ferma. A gestire queste crisi e lisi, velate dai fasti delle dimore gentilizie e dal coraggio di patrizi come Marcantonio Bragadin ci pensò un uomo eccezionale che spesso finisce solo di straforo nei manuali di storia, Leonardo Donà (1536-1612). Ora arriva un saggio a raccontare le molte vite di questo personaggio: L'antipapa veneziano (Giunti, pagg. 184, euro 20). A scriverlo proprio un antenato del doge rinascimentale, Gianmaria Donà dalle Rose. Leonardo era ambasciatore alla corte degli Asburgo di Spagna quando esplose la crisi con la Sublime porta e i turchi dopo lungo assedio, nell'estate del 1571, presero Famagosta. Fu allora che, Donà intuì che «senza un'alleanza dei principi cattolici gli ottomani avrebbero domato il Leone per poi muovere guerra all'Italia e all'Europa tutta». Chiese, anzi pretese, a quel punto udienza da Filippo II e lo convinse ad armare una flotta contro il sultano. Ne nacque l'alleanza che avrebbe sbaragliato le galere dei turchi nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Donà un campione della fede? Sino a un certo punto. Divenuto Doge di Venezia (nel 1606) si dimostrò inflessibile baluardo della libertà della Repubblica dalle ingerenze papali. Donà frenò anche il Sant'Uffizio (che poteva agire solo di concerto con i magistrati della Repubblica). Donà però si guardò bene dall'aderire al protestantesimo cosa a cui forse tendeva il suo consulente in questioni religiose, Paolo Sarpi. Preferì far spallucce a cattivo gioco e guardare dentro il telescopio di Galileo, messo a punto nel 1609. Ne intuì subito le potenzialità e ne autorizzò la fabbricazione in tutta la Repubblica.