"Marilyn ha gli occhi neri": i folli alla riscossa insegnano a vivere

Un film che, mostrando la salvifica complicità tra persone speciali e sgangherate, fa riflettere sulla diversità, conduce alla scoperta di sé nell’altro e certifica il potere dell’inclusione.

“Marilyn ha gli occhi neri”: folli alla riscossa insegnano a vivere

Marilyn ha gli occhi neri è una commedia deliziosa sul disagio mentale, ma soprattutto sulla capacità di far pace con se stessi e trovare il proprio posto anche in un mondo che non ci somiglia.

Non c’è retorica nel racconto leggero e al tempo stesso profondo che Simone Godano imbastisce nel suo terzo film (dopo “Moglie e marito“ e “Croce e delizia”). Affiancato come sempre dalla sceneggiatrice Giulia Steigerwalt, il regista confeziona qualcosa che, con estro delicato e piacevole freschezza, affronta temi non facili.

Diego (Stefano Accorsi) e Clara (Miriam Leone con lenti a contatto scure) si conoscono ad un centro diurno in cui hanno obbligo di fare terapia di gruppo. La riabilitazione forzata sotto la guida di uno psichiatra li vede partecipi, assieme ad altre persone problematiche, di un esperimento inaspettato ed eccentrico: gestire un ristorante per le persone del quartiere. L’idea è allenare la propria capacità di relazionarsi col mondo esterno, stando al riparo in un ambiente familiare e autogestito. La situazione, però, sfugge di mano quando, incaricata di gestire l’organizzazione della squadra culinaria, Clara si lancia nella pubblicità su Internet di qualcosa che non esiste, un ristorante chiamato Monroe. Inizia a postare recensioni accattivanti in lode del locale e, in questo modo, dà vita all’imponderabile: centinaia di persone si mettono a scrivere di esserci stati e che sia assolutamente da non perdere. Con una buona dose di paura ma anche armati di incoscienza e voglia di rivalsa, i nostri amabili “fuori dagli schemi” decidono allora di rendere il Monroe realtà. Mettono insieme un ristorante che strizza l’occhio all’arte moderna sia nella location che nelle performance d’inusitata improvvisazione (nate dall’impossibilità di nascondere i sintomi delle varie patologie). Uscendo dalla confort-zone la cricca scopre di poter avere successo in virtù delle astruse peculiarità di ognuno dei suoi componenti.

L’idea nasce da un fatto realmente accaduto a Londra dove un disoccupato ha creato un ristorante esistente solo sul web ma che ha raggiunto la vetta dei luoghi più ricercati della città.

“Marilyn ha gli occhi neri” funziona come feel-good movie e, per quanto profumi di lieto fine fin dall’incipit, è disseminato di piccole lezioni travestite da ostacoli che lo rendono edificante e appetibile. I due protagonisti sono il piatto forte, indubbiamente, grazie a interpretazioni credibili. Accorsi è un cuoco con difficoltà di gestione della rabbia, perfezionista in modo maniacale e preda di paturnie, tic e balbuzie. La Leone, invece, è ancora una volta una femme fatale ma in un modo completamente diverso: buffa e vitale, nasconde la propria dolente interiorità sotto una coltre di bugie entusiaste e creative. Un’autentica mitomane, assorbita nell’incessante manutenzione di una realtà tutta sua.

Ambedue hanno un salvavita nell’affetto che provano per una persona: lui nei confronti della figlioletta, lei in quelli di una signora che va a trovare al centro anziani. Non stupisce abbiano un rifugio e uno stimolo proprio in due esseri umani appartenenti a fasce d’età, l’infanzia e la vecchiaia, su cui la contaminazione mondana, con tutte le sue sovrastrutture e i suoi preconcetti, ha meno presa.

A fare da contorno ai protagonisti ci sono comprimari all’altezza, bravissimi nell’indossare una specifica anomalia psichica: che si tratti di sindrome di Tourette, mania persecutoria, disturbi ossessivo compulsivi o mutismo selettivo, resta chiaro come ne derivi anche un handicap sociale per l’individuo. Pur incarnando figure dagli atteggiamenti sopra le righe, ogni attore si tiene alla larga dal rischio macchietta.

Il dolore va in scena senza che si ceda mai al cinismo. Con una levità giustamente misurata, si porge al pubblico un percorso verso l’auto-indulgenza liberatoria. L’accettarsi e perdonarsi, il percepire i propri punti deboli come qualcosa su cui investire è l’unica vera ricetta della felicità secondo “Marilyn ha gli occhi neri”. Il film smaschera quanto sia vetusto e sciocco il concetto di normalità. Non sono infatti forse disturbati tutti quelli che pur di essere parte di un qualcosa si precipitano a millantare di essere stati in un posto inesistente, addirittura magnificandolo? Mentre abbracciare la propria rarità, qualunque essa sia, anche la più scomoda, significa aprirsi alle opportunità della vita e bypassare un sistema che, spesso incapace di relazionarsi alla malattia mentale se non stigmatizzandola, emargina persone estremamente speciali.

La visione di "Marilyn ha gli occhi neri", insomma, è un piccolo antidoto alla velenosa sensazione di non essere all'altezza.

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