"La mia Capri-Revolution? Tanti sogni, niente nostalgia"

Il regista pubblica la sceneggiatura del film in uscita e parla di nuovi progetti, come "Qui rido io" su Scarpetta

"La mia Capri-Revolution? Tanti sogni, niente nostalgia"

È cinema complesso, stratificato, pieno di senso, insomma intellettuale ma non nel senso limitativo che ha preso questo vocabolo. Capri-Revolution di Mario Martone, presentato in concorso alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e in uscita nelle sale il 20 dicembre, chiude la trilogia storica del regista partenopeo iniziata con il risorgimentale Noi credevamo e proseguita con il leopardiano Il giovane favoloso. Ora lo sguardo sul passato, sulla storia maestra di vita, di questa sceneggiatura appena pubblicata da La Nave di Teseo e scritta da Martone insieme a Ippolita Di Majo, ci porta nel 1914 alla vigilia della guerra a Capri dove una giovane capraia analfabeta (Marianna Fontana, molto brava) scopre un mondo nuovo rappresentato da una comune di giovani nordeuropei guidata da Seybu (Reinout Scholten van Aschat): «Il film - spiega il regista - prende spunto dall'esperienza della comune creata a Capri tra il 1900 e il 1913 dal pittore Karl Diefenbach la cui filosofia deriva da concetti elaborati molti decenni dopo da Joseph Beuys. Un'esperienza accomunata a quella di Monte Verità nei pressi di Ascona, in Svizzera, dove si sviluppò la danza moderna».

A Capri in quegli anni vissero anche Gorkij e Lenin.

«La storia dell'isola è molto complessa, c'erano anche tanti esuli russi della rivoluzione del 1915 che volevano rompere gabbie senza riuscirci. Un po' come i giovani della comune che raccontiamo e che si muovono tra esperienze personali e senso della storia, le magnifiche sorti e progressive di cui parlava Leopardi nella Ginestra con cui si concludeva proprio Il giovane favoloso».

Dopo tanti personaggi maschili, una donna protagonista.

«Volevamo proprio partire da qui, dal punto di visto di una capraia rappresentata però non come il buon selvaggio, che il pigmalione di turno fa evolvere, ma come una persona capace di mettere in discussione gli uomini. In un rapporto complesso tra il maschile e il femminile».

È anche un film di giovani...

«La giovinezza corrisponde a un momento della vita, e quindi anche della storia, in cui queste idee nuove appaiono e poi verranno subito dopo brutalizzate dalla Prima guerra mondiale, per non parlare del nazismo».

Lei si sente ancora giovane?

«La giovinezza non è un dato anagrafico. Leopardi è morto a 37 anni e sosteneva che bisognava trattenere l'adolescenza per avere una disponibilità al gioco. Forse anche per questo non ho mai uno sguardo nostalgico sul passato».

Alcuni temi all'ordine del giorno nella comune sono tuttora molto attuali.

«È vero, c'è il vegetarianesimo che è una frontiera politica contemporanea importante. Io non sono vegetariano ma capisco che non si può fare finta di niente, come fa Trump, rispetto al rapporto dell'uomo con la natura, con l'acqua...».

Guardando il film si pensa anche al '68 e alla New Age.

«Nel '68 ero piccolo, avevo otto anni, ma posso dire che mi sono ricordato di quando ho iniziato a lavorare molto presto in teatro, un'epoca in cui le arti stavano insieme. Per questo nel film mescolo la musica, la coreografia, la pittura, la danza. Ricordiamoci che a Monte Verità era attivo Rudolf Laban, inventore della danza moderna. E mi assumo anche i rischi di questo fluire che sono impliciti nell'aprirsi».

Perché è così legato a temi storici?

«Mi piace guardare le origini dei processi storici. Partire dalla fine è troppo semplice. La prospettiva sul passato restituisce la profondità del presente. Un po' come in Santiago, Italia di Nanni Moretti».

Il suo prossimo film sarà storico?

«Sì, anche se proprio ieri ne ho finito di girare un altro, si tratta della messa in scena della mia regia teatrale Il sindaco del Rione Sanità. Però tutto ambientato oggi e non sa che sollievo nel poter girare liberamente senza dover fare attenzione alle macchine d'epoca e alle scenografie. Non so però quando e come uscirà al cinema. Mentre la prossima estate girerò il film su Eduardo Scarpetta che curiosamente è ambientato negli stessi anni di Capri-Revolution».

Come si intitolerà?

«Qui rido io, che poi è il titolo di uno dei suoi grandi successi, oltre a Miseria e nobiltà, grazie al quale si fece costruire Villa Santarella».

Protagonista?

«Non poteva che essere Toni Servillo, che in Noi credevamo mi ha regalato l'interpretazione di Mazzini. Finalmente dopo tanti anni le nostre strade si incrociano per un suo ruolo da protagonista. Scarpetta a Napoli è un mito ma sono sicuro che il pubblico apprezzerà gli aspetti universali della sua storia».

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