Nasce la casa del design a misura di compasso (d'oro)

A Milano un polo espositivo e di ricerca con gli oggetti più iconici del "made in Italy": dalle posate alla metro

Nasce la casa del design a misura di compasso (d'oro)

Oggetti belli (estetica), comodi (funzionalità), economici (produzione in serie). Si chiama design. L'Italia, capoluogo Milano, è un'eccellenza. E il Compasso d'oro - il più antico, prestigioso, italianissimo premio di disegno industriale al mondo - è un buon metro per misurarne la qualità. Esempi?

Quanti ne volete, uno più riconoscibile dell'altro. Sedie («Laleggera» di Riccardo Blumer, 1998), poltrone («Luisa», di Franco Albini, 1955), lampade (sono troppe per citarle), thermos portaghiaccio (quello di Bruno Munari, del '55), tende da campeggio (quella della Moretti, 1960), scolapiatti, lavabiancherie, orologi, automobili (l'Abarth Zagato 1000, del '60, qui ci sono foto e progetti, ma ci sono vere Ferrari e la Cinquecento), e poi carrelli elevatori, poster, macchine per scrivere e computer portatili (e non citeremo l'Olivetti), motorini, biciclette pieghevoli (la «Zoombike», eccola là in alto), rubinetti, chaise longue, macchine da cucire (la «BU» di Nizzoli e Necchi), servizi da tè (quello di Richard Meier) e macchinette del caffè, caschi e tute per motociclisti, tavoli, televisori (vi ricordate il meraviglioso «Doney» della Brionvega, premiato nel '62? Eccolo qui), scarponi (i «Dolomite»), lampioni, aerei da turismo (il «Falco F.8L» progettato da Stelio Frati), persino libri (i «Millelire» di Stampa Alternativa degli anni '90), le riviste dell'Editoriale Domus, barche a motori (il «Monokini» di Paszkowski nel 2016) e sistemi domotici...

Creatività, innovazione, genio, Made in Italy, luce zenitale, frasi-fregio dei grandi maestri, da Gio Ponti a Mendini, e oggetti iconici.

Benvenuti all'Adi Design Museum, il museo dell'Associazione disegno industriale inaugurato ieri a Milano, tra il Monumentale e Porta Nuova, in un ex deposito dei tram a cavallo e poi centrale dell'Enel, ristrutturato su progetto di Migliore+Servetto Architects e Italo Lupi, il primo d'Italia senza biglietteria fisica: si entra solo con un'App o passando dal sito del museo. Qui è raccolta la collezione storica del «Compasso d'oro», composta da tutti gli oggetti vincitori dal 1954 a oggi: oltre 350 pezzi, più altri duemila fra documenti, fotografie, disegni, maquette... Un'immensa esposizione permanente, che spazia dai servizi di posate al progetto della metropolitana milanese di Franco Albini, e infatti, citando Ernesto Nathan Rogers, porta il titolo Il cucchiaio e la città, e tutto attorno una serie di mostre temporanee e spin off a tema, ad esempio la mostra Tessere la gioia dedicata alla designer Renata Bonfanti (1929-2018), perché anche l'arte vuole le sue quote rosa.

Logo in Deco Black nei due colori nero e rosso caldo, facciata in vetrate luminosissime, una superficie di 5.100 metri quadrati su due piani, piazza Compasso d'Oro all'esterno e un grande spazio espositivo tagliato in due da un boulevard vetrato all'interno, il museo è stato inaugurato ieri dal ministro della Cultura Dario Franceschini - «È il simbolo della ripartenza non solo per Milano ma per tutto il Paese», naturalmente - e presentato dal direttore Andrea Cancellato («Cosa vogliamo fare con questo museo? Mostrare, ma anche fare ricerca») e dal curatore Beppe Finessi. Conferenza stampa e preview delle grandi occasioni che ricordano la spensierata era pre-Covid, presente qualche archistar (Stefano Boeri e Michele De Lucchi) e tanti architetti normali, ringraziamenti a istituzioni pubbliche e fondazioni private in felice collaborazione, discorsi programmatici - il museo punta a un'attrattiva internazionale, vuole essere luogo di incontro per la comunità del design, ma anche per il grande pubblico... - quella strana aura di milanesità che riconoscono solo i milanesi, selfie, mascherine e bottiglie di Prosecco brandizzate «Adi». Cin cin, Auguri.

Tre sindaci (la Moratti firmò la convenzione, Pisapia fece partire i lavori, Beppe Sala ieri ha festeggiato l'inaugurazione), un investimento di sei milioni del Comune di Milano e due dell'Adi, più contributi di Ministero e Regione Lombardia, che ne è socia (ricordando la strepitosa stilizzazione grafica della Rosa Camuna), due anni di lavoro solo per l'allestimento, una sfilata lunga 70 anni di design, arte, industria, creatività e progetti, tra Storia e futuro, e un Compasso che misura il mondo. Il nostro. Eccolo.

Il museo è bellissimo, al netto della intuibile rivalità con la Triennale (da zero musei del design a Milano, solo qualche anno fa, adesso la città se ne ritrova due). E comunque - come ammette il direttore Andrea Cancellato, uno dei tre transfughi dalla Triennale insieme con lo stesso Beppe Finessi e Silvana Annicchiarico - «Il design è grande, c'è posto per tutti. Loro sono più celebrativi, noi saremo più pop». E il percorso, infatti, lo è: lungo tutte le pareti del piano terra - il piano «meno 1» non è ancora aperto, ma sarà una vera sorpresa, promettono - sono ospitati gli spazi molto scenografici dedicati ai vincitori delle diverse edizioni del Compasso d'oro, dal 1954 a oggi, con delle nicchie di approfondimento riservate ad alcuni oggetti «speciali», che cambieranno, a rotazione. Ad esempio, scegliamo a caso, per il 1967, ecco tutti i vincitori delle varie categorie (dodici-quindici ogni anno: design per l'abitare, per l'ambiente, per il lavoro, per la persona, per il sociale, tecnologia dei materiali, servizi...): c'è il telefono «Grillo» del duo Marco Zanuso e Richard Sapper, icona indiscussa del modernariato, prodotto da Siemens ed esposto anche al Moma di New York, c'è la lampada da tavolo «Eclisse» di Vico Magistretti per Artemide, c'è la lavabiancheria superautomatica Rex «Mod. P5», c'è il capanno turistico «Guscio»... Oppure il 1979: ecco la poltrona-divano «Maralunga» ancora di Vico Magistretti per Cassina, la leggendaria lampada «Atollo» dell'azienda Oluce che rivoluzionò l'abat-jour, e il ventilatore da tavolo «Ariante» di Marco Zanuso per Vortice, e la caffettiera «9090» della Alessi, e la sedia «Delfina» di Enzo Mari per Driade...

A ogni anno, il suo gioiello. Di design, ma anche di grafica, fotografia, comunicazione... La creatività e l'ingegno italiano - che guardano al mondo, ma chissà come mai spesso partono da Milano - hanno trovato casa. E dentro, dal «Tratto pen» della Fila al digital landscape di domani, ci siamo noi.

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