Nomadland tra anime peregrine e precariato esistenziale

La forza di silenzi composti eppure eloquenti e di spazi naturali senza confini, fa da sfondo al ritratto della solidarietà fra emarginati. Più che uno scorcio d’America, una condizione universale

“Nomadland”, un dipinto di anime peregrine e precariato esistenziale

Nomadland, dopo il Leone d’Oro a Venezia e i tre recentissimi Oscar nelle categorie più importanti (Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista), è senza dubbio un film che non lascia indifferenti. La visione non è folgorante come si conviene ai capolavori, del resto il livello a cui annoverare questo titolo non è quello, però già trovarsi un paio d’ore immersi in una siffatta meditazione sull'esistenza è un balsamo, di questi tempi.

Chloé Zhao, regista, sceneggiatrice e montatrice del film, ha tratto spunto dal libro della giornalista Jessica Bruder, “Nomadland - Un racconto d'inchiesta” e imbastito un ritratto dell’America contemporanea che ha un suo valore, estetico e contenutistico.

Siamo nel Nevada rurale. Fern (una Frances McDormand vestita della sua consueta ineguagliabile intensità) ha perso il lavoro a causa della crisi finanziaria che ha fatto chiudere i battenti alla fabbrica dove ha lavorato una vita. Ha perso anche il marito, Bo, scomparso in seguito ad una malattia. Attrezzato il suo furgoncino a casa mobile, si mette in viaggio per gli States, senza soldi né punti di riferimento tranne sé stessa. Sarà una donna che porta il suo peso da sola, da lavoratrice instancabile qual è, schietta e disillusa, ma anche orgogliosa e mai disposta a cedere alla sterile rassegnazione. Da nomade dell’epoca attuale, stringerà legami fortuiti ma sinceri con altri nella sua stessa condizione.

Il film è un on the road in cui scenari naturali incontaminati si intervallano a cittadine fantasma dove sostare per lavori alienanti ma funzionali alla propria autosussistenza.

L’esistenza è precaria per definizione ma ce ne sono alcune che sembrano esserlo più di altre. “Nomadland” sa coniugare realismo sociale e sentimento, facendosi elegia della categoria umana dei cosiddetti perdenti: uomini e donne ai margini per aver perso il lavoro o per aver raggiunto un’età in cui il loro apporto produttivo è considerato non essenziale. Sono i randagi e i rinnegati. I nuovi invisibili che, però, hanno colto, nel loro essere esclusi dal sistema, l’opportunità di essere liberi dalle sovrastrutture connaturate a quest’ultimo. Perdendo le sicurezze materiali e affettive, le persone che vediamo sullo schermo (molte delle quali veri nomadi) hanno a disposizione un’autonomia di pensiero e di movimento non comuni.

Sentiamo pronunciare alla protagonista, con una nota di timida inadeguatezza, “I’m houseless, not homeless” (Sono senza casa, non una senzatetto), durante un colloquio di lavoro; eppure quando l’osserviamo troneggiare in mezzo al nulla, rapita dalla contemplazione di strade e cieli infiniti, viene in mente il celebre “il cielo stellato sopra di me, la forza morale dentro di me” di kantiana memoria.

L’ascolto reciproco, una sigaretta e una parola gentile sono la ricchezza che gli individui come lei fanno in tempo a condividere tra loro. Specchiano l’uno le proprie ferite nell’altro, il tempo di darsi un po’ di calore durante un bivacco e di riprendere la propria strada, senza altra aspettativa o meta che quella di assaporare il viaggio.

La loro prospettiva incarna una reinterpretazione del sogno americano, più sostenibile e connaturata alla tanto incerta epoca attuale. Con delicatezza e pudore, la regista ci mostra che aver perso tutto, anche i legami più importanti, può voler dire intraprendere un percorso alla scoperta di sé stessi e dei valori veri della vita. Ascoltare il deserto di rumori, le voci di sconosciuti pieni di sogni (resilienti o caduti), sfumare nella palette di colori di un cielo che vede nascere o morire il sole: è questo il lusso di una vita estranea ai cammini già tracciati. In “Nomadland” il prezzo per trovare il proprio baricentro consiste nell’accettare il continuo cambiamento di scenario circostante. Peccato però che si dia per scontata l’analogia tra stanzialità e staticità, il che è forse un po’ pretestuoso e presuntuoso: non è detto infatti che l’esplorazione del paesaggio interiore sia precluso a chi resti interno alla società tanto vituperata nel film.

La riscoperta dell'importanza del presente e delle piccole cose è l’ingrediente principale di quest’istantanea poetica dei nostri tempi precari. Nomadland è ora soffusa malinconia, ora flebile speranza: del resto, nella maestà dei suoi cieli infuocati non sappiamo se si celi un tramonto o un’alba, proprio come nella vita si è portati a volte a confondere se ci si trovi innanzi a una fine o ad un inizio.

Al cinema e su Disney Plus.