"Non vado in pensione e resto controcorrente"

A 78 anni il rocker pubblica "Quasi una leggenda". "Il mio segreto? Ho sempre conservato tanta ironia"

"Non vado in pensione e resto controcorrente"

«Nessuno si ricorda più chi sei», ha detto qualcuno a Shel Shapiro, l'ultimo hippie, quello che alla guida dei Rokes ha doìk,minato la scena beat italiana con classici come Che colpa abbiamo noi, È la pioggia che va, Bisogna saper perdere. Magro, segaligno, capelli lunghissimi (ancora oggi ma allora era fondamentale), affascinante, oggi ha 78 anni e allora cantava già in italiano con smaccato accento inglese creando uno strano mood che faceva impazzire i fan. Perbacco, tutti noi lo ricordiamo, anche produttore di personaggi come Mina e Riccardo Cocciante o collaboratore di Quincy Jones. Shel (che è anche attore di cinema e teatro) non ha mai smesso di imbracciare la chitarra e oggi torna con un album di ballate inedite (veramente belle) che si intitola provocatoriamente Quasi una leggenda e con una tournèe che andrà avanti fino a autunno inoltrato.

Titolo presuntuoso?

«Anzi, titolo umile e ironico. Il quasi dice tutto. In questo mondo di leggende, supereroi, miti ci vuole un po' di ironia e quel quasi è perfetto. Sei una leggenda? Quasi. Insomma è divertente e mi rappresenta».

Come nasce il disco?

«All'inizio volevo riprendere lo spettacolo che porto in giro da un po', ovvero riproporre i grandi classici che hanno fatto la storia del rock, da Bo Diddley ai Beatles ai Rolling Stones. Poi con il team con cui ho lavorato si è fatta strada l'idea di scrivere o presentare canzoni inedite. Ci hanno messo venti secondi a convincermi».

Così è cominciato tutto.

«Sì, in fondo il mio lavoro è prendere la chitarra e cantare davanti ad un microfono, e poi ho avuto un team fantastico, dalla band alla produzione del bravissimo Filadelfo Castro. Un disco da non pensionato che dice vaffa alle convenzioni».

Ha cominciato con un video.

«Credo sia il primo video che io abbia mai girato. È il primo singolo e si intitola Non dipende da Dio e parla di tutti quelli che non si assumono responsabilità e trovano sempre scuse per le loro azioni e i loro sentimenti».

Ci sono ospiti Dori Ghezzi e Lina Sastri.

«Dori è un'amica di sempre. Abbiamo collaborato nel '77-'78, quando scrissi per lei e per Wes Era, canzone per l'Eurofestival che ha venduto otto o nove milioni di copie. L'ho scritta con un grande come Andrea Lovecchio. Lina Sastri unisce l'eleganza alla vena popolare napoletana. Questo pezzo avevo addirittura pensato di presentarlo a Sanremo».

Come definisce l'album?

«Un disco controcorrente. Il mondo rivisto e rivisitato con il rock. È un disco rock nel senso che il rock è uno stile di vita, è una cultura non solo una musica. Non è un disco alla Sangiovanni. Mamhood e Elodie sono bravissimi ma questa è un'altra cosa».

Soddisfatto quindi?

"C'è attorno al progetto molto entusiasmo. In un video abbiamo inserito un Tir della MAN e l'azienda mi ha regalato un modellino originale del camion e ha partecipato con entusiasmo alla mia nuova avventura».

Nel disco c'è un libro con tante sue foto di Guido Harari.

«È un grande fotografo e un amico. Pensi che l'ho conosciuto quando è entrato nell'albergo dove mi trovavo con i Rokes per chiedermi un'intervista. Aveva solo 12 anni e da lì è cominciata la sua carriera».

E la sua?

«Al teatro Alcione di Milano con i Rokes. Era avanspettacolo con canzoni, film, ballerine».

Poi?

«Ci ha scoperto Teddy Reno per farci accompagnare Rita Pavone. Da lì il salto al Piper. Il boss, Alberico Crocetta, ha posticipato di due mesi l'apertura del locale, dal Natale 1963 al febbraio 1964, per avere noi come attrazione principale. C'era anche l'Equipe 84, ma per aprire hanno voluto aspettare noi: un onore».

Partirà in tournèe?

«Il 23 aprile partirò da Cagli per un lungo giro in Italia. Porterò uno spettacolo variegato; non solo le canzoni nuove ma anche classici del rock e qualche brano dei Rokes».

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