La nostra missione possibile: non arrenderci al nichilismo

Come difendersi dalla sensazione di agire in modo vano e strappare un po' di gioia (e di senso) alla vita

La nostra missione possibile: non arrenderci al nichilismo

Nei Promessi Sposi, ben prima dell'incontro fatale con Lucia, qualcosa ha già fatto breccia nella vita scellerata dell'Innominato. «Già da qualche tempo» scrive Manzoni «cominciava a provare, se non un rimorso, una cert'uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch'erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all'animo brutte e troppe».

È un sentimento di cui la letteratura ci ha parlato spesso, da Orazio e Catullo fino a Montale, e che sta al fondamento della nostra vita: quella difficoltà ad aderire alle azioni di cui si compone la nostra giornata, quel senso di vuoto e di separazione che ci prende dopo una giornata attiva, quel dubbio che ci assale se veramente di tutta la nostra esistenza resti qualcosa che sia degno di essere raccontato ai nostri figli, ai nostri nipoti.

Una parola sembra riassumere questo sentimento: nulla. Prima dell'articolo («il» nulla) e della maiuscola (Nulla) che la nobilita indebitamente, questa parola compare quasi di soppiatto nell'esperienza di noi tutti in frasi come «basta un nulla» oppure «far finta di nulla». Arriva da sé, quando meno te l'aspetti. E quando arriva capisci di esserci già dentro. L'arrivo del Covid-19 ha scoperchiato la coltre di ottimismo che celava questi sentimenti, l'ottimismo di chi ha già capito come va il mondo, di chi la sa lunga (Péguy), di chi non si lascia fregare facilmente. Non che l'uomo sia cambiato, siamo sempre gli stessi, con la differenza che la fragilità e la paura - che non ci hanno mai abbandonato - si sono rese più evidenti: i contratti a tempo indeterminato con la vita non esistono, non solo perché si muore, ma anche perché tutto ciò che un uomo costruisce può trasformarsi in breve tempo in cenere.

Ma non c'è soltanto questo. Ce lo ricorda, in un libro importante, Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl. Importante per la domanda cui cerca di dare una risposta.

Il libro, edito dalla rivista «Tracce» e distribuito (per ora) come allegato, s'intitola Il brillìo degli occhi e il suo sottotitolo suona così: «Che cosa ci strappa dal nulla?»

Ho combattuto a lungo con questa domanda, che non ritenevo essenziale. Il nulla, mi dicevo, non è una condizione originaria, dalla quale devo essere strappato. Le mie domande hanno sempre avuto un'altra forma, lo scandalo per me non si chiamava nulla ma piuttosto essere, questa cosa che è, qui e ora, testardamente, tenacemente, e che tante volte vorrei allontanare da me: la morte di una persona cara, un guaio sul lavoro, la situazione politica in Italia e nel mondo, e così via.

Ma è proprio qui che il nulla si afferma. Nel fatto che noi spesso lo invochiamo come una specie di salvezza dalla scomoda realtà, come dice il Foscolo in Alla sera («sempre scendi invocata») o come dice Hemingway in uno dei suoi racconti più belli, il cui protagonista si mette a invocare il nulla con le parole cristiane («O nulla nostro, che sei nel nulla, sia nulla il tuo nulla, venga il tuo nulla... Ave o nulla pieno di nulla, il nulla è con te...»).

All'inizio del libro, Carrón introduce, a proposito della parola «nichilismo», una distinzione importante: «Da una parte, il nichilismo (...) si presenta come un sospetto sulla consistenza ultima della realtà: tutto finisce in niente, anche noi stessi. Dall'altra - in nesso con la prima - esso si presenta come un sospetto sulla positività del vivere, sulla possibilità di un senso e di una utilità della nostra esistenza (...) anche in vite indaffarate e piene di successo...»

Il problema che l'autore ci mette sotto gli occhi sta tutto in due parole: «nesso» e «possibilità». Su queste parole si apre una voragine. Di per sé, infatti, avvertire l'inconsistenza di quello che facciamo e pensiamo, la consapevolezza che nulla, nemmeno l'azione più eroica e altruista, ci può riempire di senso la vita, non è certo nichilismo: è realismo. Come ricorda Clemente Rebora: «Qualunque cosa tu dica o faccia/ c'è un grido dentro:/ non è per questo, non è per questo!/ E tutto rimanda a una segreta domanda:/ l'atto è un pretesto».

Ma la malattia storica, il Covid spirituale del nostro tempo, è che quell'amarezza necessaria, quell'uggia, che ci dovrebbero muovere alla ricerca di un bene più grande e duraturo, spingono l'uomo di oggi a disperare che un senso sia possibile, a sospettare della consistenza ultima di tutto.

Non sono questioni filosofiche, sono problemi concreti e quotidiani, che ci toccano di continuo. Il sospetto si insinua nelle esperienze più belle, più appaganti: sì, pensiamo, è stato bello, ma la realtà è un'altra cosa. La bellezza è effimera, non morde la vita, rimane un sogno che, una volta finito, lascia uno strascico di rabbia.

Perché il grande tema del libro non riguarda la morale, e il problema che pone vale per chi vive in monastero, per chi realizza grandi opere e per chi partecipa ai droga-party o ruba automobili. Il tema è piuttosto estetico, riguarda la bellezza del vivere: noi non crediamo che qualcosa di bello sia anche vero. È l'effetto-Chernobyl di cui don Luigi Giussani parlava trentaquattro anni fa, ossia quello scollamento tra esperienza e giudizio, tra vedere e pensare, che spesso tocca anche chi, nel caos attuale, sia animato delle migliori intenzioni.

La risposta alla domanda di Carrón non sta in un discorso - anche se nel libro si deve affidare a un discorso - ma in un fatto concreto, un incontro, che la nostra coscienza può registrare o non registrare. Come duemila anni fa, in Galilea e a Gerusalemme, fu l'incontro con un ebreo, Gesù di Nazareth, a strappare tanti uomini dal nulla (leggete bene i Vangeli e capirete in quali condizioni materiali e morali viveva quel popolo), così avviene oggi.

Qui i discorsi si fanno vani, la teoria arranca, le spiegazioni teologiche e dottrinali si accartocciano. Ma quelli a cui è accaduto possono raccontarcelo: ce lo ricorda fra Iacopone da Todi («chi non sentisse nol saprie parlare»), ce lo ricorda Dante («...che dà per li occhi una dolcezza al core/ che 'ntender no la può chi no la prova»). I cristiani sono uomini come tutti, razionali e moderni, studiano matematica e astrofisica, sono medici e letterati eppure credono nella verginità di Maria, nella resurrezione di Gesù e nella sua presenza reale, oggi, qui, esattamente come duemila anni fa. Ci credono perché qualcosa è accaduto nelle loro vite, esattamente come accade di fare uno strano incontro, di fare un viaggio, di innamorarsi di qualcuno.

Sono esistiti tempi in cui lo studio della teologia e della filosofia potevano, da soli, indurre un animo attento e umile a riconoscere nel creato i segni di una paternità buona e provvidente. Ma noi oggi viviamo nel caos, dove tutto, 24 ore su 24, ci dice che la sola speranza è di avere successo, fortuna, soldi, così che, come cantavano i Pink Floyd, la nostra disperazione possa essere avvolta da un «confortevole torpore».

Oggi più che mai è di un abbraccio, di una carezza che abbiamo bisogno: di un Dio che torni ad asciugarci le lacrime, a dirci «non temere, tu non sei solo», della sua tenerezza, della sua bontà. Solo questo vince il nulla. Qualcuno, qualche pover'uomo come tutti noi, ha già cominciato a sperimentarlo.

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