«Nozze di Figaro», grandi scene e canto «a sé»

Le Nozze di Figaro di Mozart sono state guidate alla Scala da direttori d'orchestra i cui nomi parlano da soli: il maestro di Verdi, Vincenzo Lavigna, Richard Strauss, Victor De Sabata, Herbert von Karajan, Claudio Abbado, fino alle numerose edizioni guidate da Riccardo Muti in simbiosi esemplare con la messa in scena di Strehler. Questo ha suggerito al regista della nuova produzione scaligera (in scena fino al 27 novembre), Frederic Wake-Walker, di riportare in scena la poltrona strehleriana (quella che cela Cherubino), in segno di omaggio e, forse, con valore apotropaico. Allestimento movimentato da quinte montate a vista e porte azionate da fastidiose demoniette, che strappa qualche risata al pubblico nei momenti topici. Peccato che in questa edizione ognuno si affidasse a una propria condotta vocale: Markus Werba (Figaro) con efficiente simpatia, Golda Schultz (Susanna) con discrezione felpata; Marianne Crebassa (Cherubino) con un po' di selvatica incompiutezza - non solo per il ruolo travestito; Carlos Alvarez (Conte d'Almaviva) con ruvidezza padronale e Diana Damrau, sua consorte scenica, con strana flebilità; Kresimir Specer (Basilio) con inopinata tonitruanza e Andrea Concetti (Don Bartolo) e Anna Maria Chiuri (Marcellina) con sperimentata volgarità intrigante. Disparità che il debuttante (alla Scala) Franz Welser-Möst non copriva con tempi fiacchi o precipitati (allegri tutti uguali) e recitativi secchi laissez-faire. Eravamo sempre in quella terra di nessuno, fra il mezzo forte e il forte, superata da chi aveva fiato nei polmoni.

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