Oscar senza frontiere. Il "parassita" coreano aggredisce Hollywood e vince (quasi) tutto

«Parasite» è la prima pellicola «straniera» a conquistare la statuetta per il miglior film

Oscar senza frontiere. Il "parassita" coreano aggredisce Hollywood e vince (quasi) tutto

Parasite ha fatto la storia. Il film sudcoreano già vincitore della Palma d'Oro a Cannes è il miglior film in assoluto ma anche il miglior film internazionale, mentre Bong Joon Ho è miglior regista e la sua è la migliore sceneggiatura originale. Sono tanti i record battuti da questa dark comedy dal messaggio potente: prima di oggi nessun film non recitato in lingua inglese aveva vinto come miglior film, è il primo ad avere ottenuto l'Oscar sia nella categoria dedicata ai film stranieri che in quella assoluta, è il primo lungometraggio sudcoreano ad essere arrivato all'Oscar e soprattutto, è il figlio di questo tempo, in cui le barriere della lingua nella settima arte sono state abbattute dai servizi di streaming e dalla comunicazione globale e capillare resa possibile da internet e dai social network. Ci vuole coraggio a deviare dalla strada segnata per 92 anni e quest'anno l'Academy of Motion Pictures Arts and Sciences ha intrapreso una strada alternativa.

Che le cose si sarebbero messe bene per il film coreano lo si è capito verso la fine della serata, quando Bong Joon Ho è stato eletto miglior regista. Era già salito sul palco due volte, ma la statuetta della regia da previsioni sarebbe dovuta andare al favorito Sam Mendes, che ha diretto il dramma sulla Prima Guerra Mondiale, 1917. «Pensavo di aver finito e di potermi rilassare», ha detto il filmmaker sudcoreano, salendo la terza volta sul palco, prima di citare Martin Scorsese e Quentin Tarantino fra i suoi mentori, provocando così una standing ovation per il regista di The Irishman che è andato a casa a mani vuote. A Tarantino e al suo film, invece è andata meglio. C'era una volta a... Hollywood ha vinto due Oscar, quello ampiamente previsto a Brad Pitt, migliore attore non protagonista - che ha approfittato del palco per lanciare strali contro la decisione del senato americano di non ascoltare testimoni nel processo di impeachment conclusosi con l'assoluzione di Donald Trump - e uno più tecnico, per la scenografia. Gli altri premi tecnici sono andati a 1917 (fotografia, sound mixing e visual effects) e a Le Man '66, la grande sfida (montaggio e sound editing). Il Joker di Todd Phillips si porta a casa due statuette di peso: migliore colonna sonora e migliore attore protagonista, Joaquin Phoenix, grande favorito della vigilia, sul palco si è emozionato parlando di diritti degli animali: «Uno dei compiti di noi attori è quello di dare voce a chi non ce l'ha. Crediamo di essere al centro dell'universo e ci sentiamo in diritto di inseminare artificialmente una mucca e poi toglierli il piccolo prendendo il latte destinato al vitello per metterlo nel nostro caffè», ha detto l'attore che poi, con la voce soffocata dalle lacrime ha ricordato il fratello River Phoenix, morto nel 1993 a 23 anni.

Fatto salvo l'exploit finale di Parasite, la serata è avanzata sui binari della prevedibilità. Ampiamente scontate sono state anche le vittorie al femminile: a Renée Zellweger, migliore protagonista per la sua interpretazione della Garland in Judy, e a Laura Dern, migliore non protagonista per Storia di un matrimonio, l'unico successo in casa Netflix nonostante le ben 24 nomination, ma è risaputo e infatti uno di loro, Steve Spielberg, aveva parlato chiaro a proposito che i membri dell'Academy non vedono di buon occhio il colosso dello streaming che sta sottraendo pubblico alle sale cinematografiche. Naturale che votino di conseguenza.

La 92ma edizione degli Oscar per il secondo anno è andata in onda senza un presentatore, il perché è stato spiegato in apertura di serata dai comici Steve Martin e Chris Rock: «La ragione è Twitter: chiunque ha una stupidaggine scritta sui social di cui pentirsi». Il riferimento era al caso dello scorso anno, quando Kevin Hart, chiamato a condurre la serata era stato poi licenziato a causa di un commento social dai toni omofobi.