"La Pandolfi non la voleva ma questa fiction insegna a tutti a sorridere"

Stasera su Raiuno torna 'È arrivata la felicità'. L'attore Claudio Santamaria: "Convivo con la malattia e rivedo i miei valori"

Pare che dopo aver letto la sceneggiatura del nuovo È arrivata la felicità - ritorno della serie già baciata dal successo nel 2016, su Raiuno per dodici serate da martedi 20 - Claudia Pandolfi l'abbia gettata in terra. «Era spaventata ride Claudio Santamaria -. Per forza, la prima serie, firmata Ivan Cotroneo, era una favola colma di ottimismo e allegria. Questa, invece, parte da un dramma: la grave malattia della sua protagonista». Poi però, «rendendosi conto che l'abilità di Cotroneo è tale di trattare con mano lieve e in chiave positiva anche problemi tanto duri, la Pandolfi ci ha ripensato. E ha raccattato la sceneggiatura dal pavimento».

Anche la sua sceneggiatura era finita in terra?

«Ah, io non mi spavento tanto facilmente. Il pregio di È arrivata la felicità è proprio quello di saper interpretare in leggerezza la realtà autentica. Drammi compresi. Quando Angelica (la Pandolfi) si ammala del linfoma di Hodgkin, Orlando (il mio personaggio) vacilla: anni prima il suo migliore amico era morto per lo stesso morbo. Ma poi il dramma insegna alla coppia a farsi forte. E a rivedere la propria scala di valori. Tante cose che sembrano fondamentali perdono importanza. E l'acquistano quelle che contano davvero».

Questo (apparente) cambiamento di tono non spiazzerà il pubblico?

«Al contrario. Lo intrigherà. Dopo la favola ecco arrivare la post-favola. Che spesso è anche più interessante. Nessuno sa che fine abbiano fatto Cenerentola e il suo principe, dopo l' e vissero felici e contenti. Magari lei sta pulendo i pavimenti di casa col suo velo da sposa, e lui, sbracato sul divano, sta guardando la tv».

Ma lei, nella realtà, come reagisce ai knock out che la vita riserva?

«Nonostante per carattere sia portato alla malinconia e al crepuscolare, mio padre m'ha insegnato a sdrammatizzare. Niente musi lunghi, neppure davanti al peggio. Un sorriso aiuta a portare tanti pesi».

Una chiave del successo e della leggerezza - di È arrivata la felicità è stata la musica. Canzoni, balletti, che molto naturalmente sbocciano dall'azione, tra una lacrima e un sorriso.

«Non a caso la musica è parte fondamentale anche della mia vita. E del mio mestiere. Prima di qualsiasi debutto io mi preparo e ascolto in cuffia lunghe playlist di canzoni intonate all'epoca, o allo spirito, del personaggio che interpreterò. Stavolta sono andato da Happy di Pharrell Williams fino a Katy Perry».

Lei che per la tv ha interpretato (e cantato) Rino Gaetano, che ne pensa del Fabrizio De Andrè incarnato (e cantato) da Luca Marinelli, suo collega nel successo cinematografico del 2017, Lo chiamavano Jeeg Robot?

«L'ho trovato bravissimo. Accento romanesco? Non l'ho notato. E poi Luca è capacissimo a rifare i dialetti; se ha rinunciato al genovese sarà stata una scelta precisa, per evitare l'imitazione. Quando si affrontano personaggi simili non si può essere troppo vincolati. Entra in gioco anche la libertà dell'interprete».

Si parla di un concerto in cui lei e Marinelli potreste interpretare le canzoni dei rispettivi personaggi.

«Sarebbe fantastico! Potremmo anche scambiarcele. De Andrè e Gaetano erano entrambi dissacratori, entrambi liberi. Per ora parteciperò, giovedì 22 su Raitre, al debutto di Manuel Agnelli nel suo Ossigeno».

Oltre la recitazione e la musica, fra i suoi interessi c'è anche l'impegno civile: lei è testimonial di Survival International, il movimento per i diritti dei popoli indigeni.

«E ci tengo particolarmente, proprio perché la gente lo conosce meno. Cominciai ad interessarmene sul set di un film in Brasile. Gli indigeni custodiscono le foreste, il polmone della Terra. Dunque sono i custodi del nostro respiro. E la loro esistenza è minacciata. Ma ogni uomo dev'essere libero di vivere come vuole. E ogni stile di vita dev'essere rispettato».

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