Il pop si mette lo smoking (e butta i vecchi cliché)

Dai brani spariscono rime facili e ritornelli orecchiabili. Testi più "pensierosi"

Però è successo. Piano piano. Finalmente. Oppure no, dipende dai punti di vista. Al Festival c'è già un caro estinto: il cliché. Il cliché della canzone sanremese. Sapete quella con la rima facile e i concetti ancor di più, tipo sole cuore amore declinati in tutti i modi e in tutti i laghi pensando che son tutte belle le mamme del mondo. Stavolta, ma è da un po' che la tendenza è partita, si respira aria diversa. Sarà la crisi. Oppure le larghe intese ideologiche con il Premio Tenco, che è sempre stato la dark side della sanremesità di facile beva. Le ventotto canzoni che si sono sistemate all'Ariston non sono immediate. E il pubblico non se l'aspettava. Sarà semplicemente che, in tempi di crisi, si fa di necessità virtù e anche il pop si veste da sera, indossa lo smoking degli arrangiamenti un po' meno fru fru.
Per carità, l'amore detta la linea più del solito, se non altro perché non ci sono versi scandalosi, rigurgiti sociopolitici, allusioni pelose (tranne una piccola così nella eliminata L'amore possiede il bene di Giusy Ferreri: «Ho il sale sulle labbra/Non è acqua di mare»). Ovvio, son rimasti il belcantismo raffinato e pure troppo, come quello di Antonella Ruggiero o come quello a pieni polmoni di Francesco Renga, archetipo si direbbe inarrivabile di ciò che ci vuole in una gara di canzoni. E c'è sempre l'inevitabile, bellissimo rischio che tra i due brani in gara sopravviva quello che in tre minuti e mezzo lascia più tracce nella sensibilità fulminea.
Ad esempio, è probabile che Cristiano De André si aspettasse di più da Invisibili che da Il cielo è vuoto. Invisibili ha un lungo parlato sofferto, incisi in dialetto genovese, calembour non immediati. Il cielo è vuoto, invece, è più “catchy”, ha un gancio nel ritornello che per forza rimane impresso al primo colpo. Perciò è ancora in gara. Ma sono due pezzi che, molto probabilmente, dieci anni fa al Festival non avrebbero manco messo piede.
Ma la vera svolta è che adesso il Festival di Sanremo può finalmente diventare il crocevia della musica popolare senza dogane o tasse di soggiorno. Senza spending review del coraggio. E fateci caso: durante la prima sera sono arrivati sul palco quasi sottobraccio un pianista cantautore innamorato del ragtime inizio ‘900 (Raphael Gualazzi) e un deejay produttore tecno mascherato (The Bloody Betroots) che schitarrava manco fosse Pete Townshend degli Who. E domani sera, quando a loro due si aggiungerà lo squinternato Tommy Lee dei violentissimi Motley Crue per cantare Volare ci saranno in un colpo solo i quattro punti cardinali della musica leggera: il pop, la dance, il rock, la neritudine del Mississippi. E se la tradizione autorale rimane ferma nella voce di Arisa (bella e molto più ambrata di prima), con Giuliano Palma l'Italia si guarda indietro attraverso le lenti degli anni Sessanta e con Francesco Sarcina apre uno spiffero al rock (ne In questa città c'è un assolo di chitarra lungo e vintage). Certo, poi rimane Ron, ma lui è fuori gara. La sua prima volta al Festival è del 1970 e fu presentato da Ira Fürstenberg come Rosamare Cellarino (crasi di Rosalino Cellamare, suo vero nome). Perciò stavolta si è portato due brani che sfuggono ogni categoria. Sono suoi e basta. Proprio perché il cliché, quel famoso cliché musicale della riviera dei fiori, ormai è solo nello spartito del passato.

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